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Monday, March 24, 2008

TIBET LIBERO! (Dai tibetani)

Sì, avete letto bene. Il sogno (non) nascosto dei compagnucci di Diliberto è un Tibet finalmente scevro dalla “dittatura religiosa” imposta dai “professionisti dell’eversione reazionaria” (leggi Dalai Lama e suoi accoliti), pilotati e finanziati dal diabolico imperialismo americano.

Tibet libero dai tibetani e pienamente “comunista”.

Gli stessi individui che urlano, piangono, battono i piedi e si strappano i capelli chiedendo a gran voce la fine “dell’occupazione” in Iraq e Afghanistan – “l’Iraq agli iracheni!”, do you remember?” - probabilmente sono i primi ad augurarsi che un intero popolo sia finalmente cancellato dal mondo e dalla Storia.

Nuie ce fâ, il tempo passa, ma loro, i figli di Stalin, non cambiano e rimangono gli stessi comunisti di 50 anni fa: dannosi, illiberali, fedeli alle loro aberranti ideologie.

Ma il peggio è che tuttora in Italia ci si può permettere di dichiararsi pubblicamente “marxisti” senza per questo essere esposti al pubblico ludibrio. E si può celebrare il comunismo senza incorrere nel reato di “apologia del comunismo”, perché questo reato non esiste.
Non ancora.
Ma questa è un’altra storia…

di Massimo Ciusani
Sulle questioni internazionali lo sbando della cosiddetta sinistra (radicale, ambientalista o di governo) è totale. Le continue folgorazioni che spesso influenzano le scelte del ceto politico di sinistra riservano sempre delle bizzarre sorprese. E’ ormai prassi quotidiana pontificare contro quei Paesi che cercano di modificare i rapporti di forza nel mondo contro l’attuale egemonia imperialista. Tra la sinistra italiana è di moda sventolare la bandiera del separatismo dei movimenti arancione: dall’Ucraina alla Bielorussia, dal Kosovo alla Cecenia per arrivare fino al Tibet.
Che la sinistra italiana abbia abbandonato ogni ipotesi di cambiamento e di trasformazione del mondo è chiaro nelle sue scelte subalterne al campo occidentale. Il separatismo è infatti un’arma micidiale usata dall’imperialismo americano ed europeo per indebolire i nemici strategici dell’impero. Secondo le esigenze si utilizza lo strumento della guerra, come è successo per smembrare la Jugoslavia, oppure in presenza di entità statuali pesanti - come la Cina e la Russia - il lavoro sporco viene gestito dai servito segreti e affidato a personaggi ed arnesi professionisti dell’eversione reazionaria reclutati in loco. Il Dalai Lama è un tipico esempio.
I comunisti invece lavorano per scardinare la supremazia Usa che è militare in particolare, ma non solo. Russia e Cina (ma anche altre importanti realtà regionali) sono ormai avviate con notevole sicurezza e decisione verso il ruolo di potenze antagoniste, mentre l’Europa è ormai - insieme allo stato canaglia di Israele - il gendarme dell’ordine imperialista. Per di più è anche venuta ad esaurimento la relativa, ma non secondaria, autonomia gollista della Francia.
I comunisti, invece, si schierano nettamente nel fronte antimperialista, nel senso preciso di una netta opposizione alle aggressioni Usa ed europee: aperte o sotterranee, con mezzi militari o con la “democrazia” finanziata con milioni e milioni di dollari, con manovre e pressioni diplomatiche, con l’intervento di gruppi finanziari e multinazionali americani, europei, italiani.
Per la sinistra quello che conta è il politicamente corretto. Per i comunisti il problema decisivo è la riduzione, in qualsiasi modo venga ottenuta, della supremazia Usa.
Si deve essere favorevoli alla resistenza irachena, pur se è inutile negare che si è in buona parte trasformata in guerra tra sunniti e sciiti. Si deve essere favorevoli all’Iran e al fatto che all’interno non prevalgano i “modernisti” e “riformisti” filoccidentali, ma non certo perché si possa nutrire particolare simpatia per idee e atteggiamenti culturali degli Ayatollah. Si deve essere favorevoli alla resistenza afgana, ma non necessariamente ai loro costumi, cultura, mentalità. Non sento invece di appoggiare i ceceni malgrado la ferocia con cui esercito e polizia russi li massacrino o i rivoltosi birmani, pur se non mi riconosco nella giunta militare.
Nel Tibet la situazione è ancora più limpida e trasparente. Con la presa del potere da parte dei comunisti cinesi inizia un lungo processo di trasformazione sociale che comprende l’abolizione della servitù della gleba e della schiavitù, la distribuzione dei pascoli ai contadini senza terra e il programma di alfabetizzazione di massa con partenza da quota zero.
Il potere popolare ha dovuto scontrarsi contro il potere religioso schierato in difesa dei privilegi delle classi possidenti e dell’oscurantismo medioevale, così come successe tra le fine degli Anni 70 nella Repubblica Democratica dell’Afghanistan e agli inizi degli Anni 80 nella Polonia Popolare.
Perché se non si capisce che la “resistenza” cecena o le “rivolte” birmana e tibetana (come la “democrazia” in Ucraina e Georgia) fanno comunque il gioco della supremazia imperialista Usa e del tentativo degli Usa di contenere e accerchiare Russia e Cina - loro antagonisti principali in questa fase storica - siamo al sostanziale analfabetismo politico, al risultato di decenni di “rincoglionimento” delle masse da parte di una sinistra buonista, politicamente corretta, subalterna ai poteri economici e finanziari internazionali e completamente incapace di una pur minima analisi di fondo, strutturale come si diceva un tempo.
Dopo le elezioni del 14 aprile è necessario porre all’ordine del giorno la battaglia per l’unità dei comunisti sganciata da ogni zavorra moderata e subalterna per mantenere aperta, qui in Italia, una prospettiva di cambiamento e di trasformazione.

Da: http://www.pdcitorino.it/
Situazione nel Tibet vista dai comunisti: http://www.resistenze.org/