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Sunday, March 20, 2011

Chi sono veramente i Fratelli Musulmani



Riporto da Informazione Corretta l'articolo di Dimitri Buffa. Consiglio di leggere anche il pezzo di Tarek Heggy "The Reality of the Muslim Brotherhood"

“Ci prenderemo questo Paese da loro usando la democrazia che hanno ricevuto dal diavolo”.
I fratelli mussulmani dicono quello che poi fanno. Come lo diceva un Hitler ancora sconosciuto e sottovalutato quando organizzava il putsch della birreria nel 1923 e in seguito quando in carcere meditava il “Mein Kampf”.
Da mercoledì sera, dopo avere visto il documentario sui “muslim brothers”, fatto in Norvegia da un musulmano moderato di origine egiziana, lo sappiamo anche noi. Lo abbiamo visto alla Camera insieme a Souad Sbai, che ha organizzato il tutto, e al grande pensatore laico egiziano, Tarek Heggy, che ha commentato le immagini, e alla ricercatrice e d esperta di arabo e di islam Valentina Colombo. Ospiti nel pubblico i musulmani moderati d’Italia, cioè quelli che non prendono ordini dal network dei fratelli mussulmani. E che non vanno mai in tv a provocare. E che non hanno bisogno di dissimulare le proprie sembianze e di vestirsi da bravi ragazzi per farsi accettare. Che non si comportano insomma come i Tariq Ramadan de noantri. E che non hanno paura a dire, come ha detto, dopo la proiezione del filmato Gamal Bouchaib, che “per gli immigrati di fede islamica in Italia il più grande problema, dopo la predicazione estremista nelle moschee fai da te, sono i convertiti italiani”. Spesso provenienti da militanze nei movimenti antagonisti della sinistra rivoluzionaria degli anni ’70. O in quelli della destra neo nazista. Gente che ha abbracciato l’islam appunto dei fratelli musulmani per continuare la lotta al sistema. “Gente che ha risposte per tutto come i marxisti leninisti”, per citare le parole di Tarek Heggy, e che ha “un cervello che ragiona per slogan e per schemi”. Anche se poi i fratelli mussulmani considerano le persone di sinistra il loro nemico ancora di più che la democrazia. Si badi bene: questo non è il solito discorso identitario del cacio cavallo alla Pera. Qui c’è di mezzo un problema concreto: evitare che questa gente rivendichi come ha già fatto, e ottenuto, in Inghilterra, di potere applicare nei propri ghetti la legge shar’iatica.
Prendiamo qualche passo dalla traduzione italiana del filmato, è la voce narrante di uno degli autori che ci guida: “Kamil Al Najjar vive a Londra e conosce i Fratelli Musulmani meglio di molti altri. Era un membro dell’organizzazione nella sua patria. Come disertore, è minacciato di morte e non può rivelare il suo volto. Parla di Hassan al Banna che ha fondato i Fratelli Musulmani in Egitto nel 1928. Ha trasformato l’Islam da religione a ideologia politica. Oggi i Fratelli sono considerati come la più grande organizzazione islamica nel mondo. Al Najjar dice che hanno un’agenda per l’Europa. Un’agenda segreta”.
In Francia come spiega il filmato “l’agenda è già operativa”. “Lafif Lakhdar è tunisino e mi spiega che in Francia le famiglie musulmane con molti figli non sono in grado di portare tutti ad avere un’educazione. I giovani finiscono per essere disoccupati”. I Fratelli Musulmani hanno predicatori che girano tutta la Francia. Forniscono il servizio porta a porta in tutte le famiglie mussulmane. Dicono ai giovani che potranno sposare più di una donna. La poligamia è proibita secondo la legge francese, ma loro gli montano la testa e suggeriscono il trucco che pare si faccia anche in Italia nelle “moschee fai da te” del nord: “Sposa una donna pubblicamente secondo la legge francese e poi potrai sposare più donne nella Moschea”.
I fratelli mussulmani hanno due facce. Quella buona la usano per le interviste a “Limes”, come quella pubblicata su internet a Mohammad Mahdi Akef, ex mursid , o “Guida suprema della Fratellanza musulmana”. Quella cattiva la rivelano loro malgrado nel documentario in cui quello stesso personaggio ammette che quando si parla di diritti umani non sono inclusi quelli delle donne che vanno in giro seminude o degli omosessuali.
La Sbai è l’unica politica in Italia che, a costo di vivere sempre sotto potezione, ha il coraggio di portare in giro filmati come questo. Così come la Fiamma Nirenstein è l’unica a difendere sempre e comunque Israele dalle calunnie del politically correct, di destra o di sinistra che siano.
Ma siccome la madre di coloro che dialogano con i propri carnefici è sempre incinta, ci piace concludere questo articolo con la voce del giovane Gamal Bouchaib, uno dei rappresentanti dell’islam moderato in Italia, sempre poco ascoltato dalle nostre istituzioni, centrali o locali che siano. “Noi veri musulmani moderati (o sei musulmano o non lo sei ndF), a differenza di altri sciacalli che attendono la morte per nutrirsi, non vogliamo che si abbassi la guardia nei confronti dell’integralismo islamico. Perché chi cerca di creare un dialogo con il diavolo prima o poi si brucia all’inferno ..e bisogna volere essere ciechi non vedere che l’estremismo è già tornato in Egitto nella figura di Al Qaradawi “. L’imam urlante di Al Jazeera e di tutti i fratelli mussulmani del mondo. Curiosità finale: Gamal Al Banna, fratello del fondatore Hasan, ancora vive. Ed è un nemico della setta fondata dal fratello. Nel filmato fa vedere una foto di sua sorella degli anni ’50 e dice: “all’epoca il velo non lo portava nessuno ed eravamo tutti mussulmani osservanti, i fratelli musulmani hanno semplicemente trasformato la religione in un’ideologia oppressiva”.

"Tariq Ramadan is the fox..."
"Are we still willing to defend the freedom?"

Friday, July 09, 2010

Islam, il salto nel buio degli intellettuali laici

Da "Il Giornale" riporto un articolo di Matteo Sacchi

In Occidente va di moda minimizzare le minacce della Mezzaluna. Ma c’è qualcuno che non ci sta. Un saggio di Paul Berman smaschera i metodi e la doppiezza dei Fratelli Musulmani

Dove sono finiti gli intellettuali del mondo Occidentale? Sono volati via, persi nel cielo dell’orientalismo «senza se e senza ma». Si sono smarriti nelle enormi distese, prive di nuvole e tutte uguali, del multiculturalismo e del politicamente corretto. Venduti al vangelo secondo cui quelli che hanno ragione sono sempre gli altri. A partire da Tariq Ramadan, sul quale, a partire dal 2001, si è focalizzata l’attenzione di chi, in Europa o in America, voleva un dialogo con l’Islam.

Ecco in sintesi la tesi esposta da Paul Berman nel suo nuovo libro The flight of the intellectuals, edito negli Stati Uniti da Melville House (pagg. 299, dollari 26): uno degli atti d’accusa più decisi verso quella che potremmo definire l’ignavia dei dotti della post modernità. A trasformare il libro in una bomba non è soltanto il fatto che l’autore sia uno dei pensatori più influenti d’America, ma anche la constatazione che sia un «cervellone» left wing e una delle penne di punta di New Republic, vero tempio dei liberal. Insomma l’accusa non è lanciata in nome della «crociata» dei conservatori ma in nome del laicismo. Non è caratterizzata da prese di posizione astratte, quanto da accuse corredate di nomi e cognomi.

Il punto di partenza di Berman è il caso Salman Rushdie. Quando, ormai vent’anni fa, l’ayatollah Khomeini lanciò la sua fatwa contro lo scrittore anglo-indiano, nessuno a nord e a ovest della Mezzaluna ebbe dubbi: la libertà di parola andava difesa: si mobilitarono tutti gli intellettuali - il che non impedì l’uccisione del traduttore giapponese del romanzo, Hitoshi Igari, il ferimento del traduttore italiano, Ettore Capriolo, e dell’editore norvegese del libro. Ora, invece, i pochi scrittori o pensatori che parlano in termini critici della religione e della cultura islamica vengono lasciati soli. Anzi: spesso vengono accusati di essere loro stessi dei fanatici.

Buona parte delle penne «nobili» d’Occidente è, infatti, impegnata nello sposare la causa di un islam moderato che forse c’è e forse non c’è. Per questo Berman insiste molto sul caso Ramadan. Alcuni dei più influenti opinion maker - come l’orientalista britannico-olandese Ian Buruma e Timothy Garton Ash, professore amatissimo dal Guardian e dalla New York Review of books - si sono lasciati blandire dalle aperture dello scrittore arabo-svizzero. Hanno, invece, accusato chi, come Ayaan Hirsi Alì, ha posizioni critiche sul mondo musulmano, di essere dei «fondamentalisti dell’illuminismo». E Buruma e Garton Ash per molti americani rappresentano l’Europa che pensa, quella da ascoltare.

Insomma liberal e progressisti che sino a dieci anni fa combattevano per la laicità, adesso applaudono quel Ramadan che impedì la messa in scena di un’opera teatrale di Voltaire (è accaduto in Svizzera), trovano normale che alle sue conferenze gli uomini siedano da una parte e le donne dall’altra (meglio se velate), o che lo stesso Ramadan accusi buona parte dei filosofi francesi di essere dei cripto sionisti.

Come è potuto accadere? In parte la colpa è della vena carsica del terzomondismo. «Per gli intellettuali occidentali i poverissimi esseri umani nelle poverissime regioni del mondo appaiono essere migliori degli altri esseri umani. Sono dei nobili selvaggi...». Queste fantasie hanno provocato un razzismo alla rovescia difficile da cancellare. Ecco perché se la Alì o Magdi Allam prendono posizione contro l’infibulazione è lecito gridare che vanno bene i diritti delle donne ma non si possono fraintendere così le culture «altre». Un doppiopesismo pericoloso. Tanto più che Berman ricostruisce con dovizia di particolari la storia di Ramadan e dei Fratelli Musulmani: una storia che difficilmente può essere messa sotto il tappeto.
Il professore arabo ginevrino è legatissimo, a partire dai motivi familiari, a questa associazione. Un’associazione considerata ai limiti della legge anche in moltissimi Paesi arabi (ogni tanto cooperano all’omicidio di un presidente egiziano), un’associazione che sposò le posizioni dei nazisti allo scopo di debellare gli ebrei dalla Palestina sotto mandato inglese (il loro motto è «Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza»). Su questa vicinanza in moltissimi minimizzano, quando semplicemente non fanno finta di essersela dimenticata (fingono anche di dimenticare che Hamas è nata da una costola dei Fratelli).

Eppure non occorre aver fatto studi specialistici per sapere che una delle opere più note di Tariq Ramadan è Alle origini del rinnovamento musulmano: da al-afghani a Hassan al-Banna un secolo di riformismo islamico. Nel saggio, contestatissimo persino nelle università svizzere dove Ramadan insegna, l’autore fa apparire Al Banna (suo nonno, nonché fondatore dei Fratelli) come una specie di Gandhi del mondo musulmano. Peccato che i suoi metodi fossero decisamente più violenti, cosa su cui Ramadan glissa.
Abbastanza per far arrabbiare il laico Berman, il quale si ricorda benissimo che nell’Islam esiste la taquiyya, ovvero la possibilità riconosciuta di usare un doppio linguaggio con l’infedele.

La sua domanda è: possibile che gli intellettuali liberali non fiatino proprio ora che «il fenomeno Rushdie si è metastatizzato in un’intera categoria di potenziali vittime?». E se in America il suo grido d’allarme ha almeno prodotto un bel clamore, l’Europa nicchia. Nel lungo percorso che porta dagli illuministi, con tutti i loro difetti, ai loro epigoni, che quei difetti li hanno esasperati, qualcosa si è comunque smarrito. Potrebbe essere il coraggio.