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Tuesday, May 05, 2009

Giustizia?

E’ una bella giornata per i veri maschi maomettani e per tutti quelli che considerano mogli, figlie, fidanzate e amanti proprietà assoluta.
Ma permettetemi di rivolgermi direttamente a loro.
Uè vero maschio! TU che sei profondamente convinto che se una ragazzina s’innamora di te, è perché non può essere altrimenti;
TU che sei profondamente convinto che la ragazzina dopo di te non potrà avere nessun altro uomo, per il semplice fatto che lei è diventata TUA, come la TUA auto, come il TUO cane, come le TUE mutande;
TU, che se qualcuno con delicatezza volesse porre qualche dubbio su questo personale concetto di vita di coppia, troncheresti subito con una risposta spiazzante e definitiva del tipo: “ma perchè si dice -la mia ragazza-?? Perche è MIA, non TUA, nè di nessun altro. MIA e basta.”
Ecco da oggi Tu, maschio fortunato, maomettano e non, hai anche la comprensione di questa nostra aperta e democratica magistratura italiana. Perché, mettiamo il caso che la TUA ragazzina non voglia più stare con te (sia mai), o magari accetti la corte di altri maschi (folle!). Ebbene, è chiaro che ciò ti renderebbe geloso e allora, qualora decidessi di ammazzarla, ti beccheresti soltanto il minimo della pena: 14 anni di carcere. Ovviamente obietterai che 14 anni non sono poi una bazzecola. Ma scusa devi proprio ammazzarla adesso? Aspetta un pò, in Italia e in tutta Europa si sta lavorando per un futuro migliore interamente dedicato a te e ai milioni di veri maschi come te.

Ora mi rivolgo a tutti.
Badate bene voi che per altri motivi vorreste liberarvi di una donna che vi sta seriamente sulla palle: se per caso la moglie, la fidanzata o l’amante, l’avvelenate, o simulate un incidente, o chessò ingaggiate un killer, rischiate grosso: soltanto se il delitto è stato particolarmente efferato, cioè se la donna viene sgozzata, o torturata e ammazzata di botte, potete sperare di ottenere una riduzione di pena. Aiuterebbe molto se vi dichiaraste pazzi di gelosia o magari fondamentalisti religiosi.
Ma, appartenere ad una razza diversa da quella autoctona sarebbe decisamente un bel vantaggio.

Leggi l'articolo "Uccidi la moglie per gelosia? Cassazione: sconto di pena" di Nino Matera "IL GIORNALE"

Chissà forse in Italia e nell' Europa permeata dalla "political correctness"molti stanno veramente impegnandosi affinché le moltitudini allogene (anche di quei popoli che causa del loro credo religioso appartengono a civiltà arretrate) possano sentirsi come nelle loro terre natìe, ma senza sottostare ai pericoli, alla fame o alle dittature che tanto facilmente tormentano i loro Paesi d'origine.

Chissà, forse in Italia e nell'Europa che con forza aspira ad integrarsi con la folla dei suoi invasori, ci sono magistrati, politici, intellettuali veramente convinti che quella gente meriti tutto, anche una giustizia diversa, più comprensiva e magari creata ad hoc per loro affinché non risulti troppo traumatica la lontananza dall'antica patria.

Ed i segnali ci sono. Quante volte abbiamo letto che in Germania, in Francia e adesso nel nostro Paese, degli infelici maomettani rei di aver massacrato figlie e mogli, sono stati condannati a pene detentive non gravi e comunque assai inferiori a quelle che per lo stesso reato sarebbero state comminate agli autoctoni? Chiamati a rispondere, quei magistrati "illuminati" hanno alzato le braccia ed hanno giustificato la loro condotta con l'impossibilità di giudicare serenamente delle persone che provengono da culture troppo diverse dalla nostra.
Ciò che ho scritto poco più sopra, non è una battuta.
E' certo che molti magistrati pensano (ed alcuni l'hanno espresso chiaramente) che alcune regole del nostro diritto non sono sufficientemente appropriate e che magari, soltanto per quella gente, si potrebbe utilizzare una giustizia diversa, più consona alla loro cultura.

Allogeni di ogni credo ed etnia, non disperate. In una Italia dominata da una diversa classe politica, potrà facilmente accadere che il sogno di alcuni di questi fini conoscitori della legge diventi realtà. Chissà, potremmo tornare al codice Rocco: uccidere mogli, figli e amanti sarebbe considerato delitto d'onore, con pene detentive da 3 a 7 anni.
E nel caso che dei giovani focosi maomettani stuprassero delle minorenni, niente paura: un bel "matrimonio riparatore" e tutto tornerebbe a posto.

Monday, July 02, 2007

Dove sono gli Imam "illuminati". Ancora su Hina salem


In un servizio dedicato al processo per l’assassinio di Hina Salem, ho letto l’intervista all’Imam torinese Abdellah Mechnoune

Ha difeso la sua fede con forza, affermando che l’Islam nulla ha a che fare con l’omicidio della ragazza provocato, a suo dire, dall’ignoranza del padre o di chi l’ha spinto all’omicidio. Forse ha ragione questo musulmano: nel Corano non c’è scritto di ammazzare le figlie se non si vestono con decenza o decidono di non sposare l’uomo al quale sono state promesse.

In definitiva, l’Imam ci dice che un omicidio così efferato, nel caso fosse veramente ispirato dalla religione, sarebbe il frutto di un’interpretazione errata.

Ed io aggiungerei: un’interpretazione forse ispirata da un altro Imam, meno “illuminato” di Abdellah Mechnoune .

Per i Sunniti, sono quattro i grandi orientamenti all’esegesi del testo del Profeta. Malgrado ciò, ad un profano come me, pare che il Corano abbia tante interpretazioni quante sono “le guide” che si sentono autorizzate a diffonderne gli insegnamenti.
Inoltre sappiamo ormai tutti, che nel mondo Sunnita diventare Imam è molto semplice. Pertanto è altrettanto facile che molti tra questi, trasmettano solamente ciò che ritengono opportuno o meglio, ciò che la loro limitata e scellerata immaginazione gli permette di comunicare.

Ma a parte questo, non sono convinto dalle parole d’Abdellah Mechnoune.

E’ una mia opinione ma credo che se l’omicidio fosse giudicato da un ulema, i quattro assassini verrebbero probabilmente assolti o condannati a pene irrisorie. Vediamo il perché (NOTA: se in Europa persisteremo ad appoggiare il multiculturalismo, un giorno avremo realmente degli imputati giudicati secondo le leggi della Sharia).
A guardar bene, le leggi islamiche dettano gli obblighi dei genitori verso la condotta morale dei figli. Di norma, la madre è responsabile della loro educazione fintantoché sono piccoli, poi l’onere passa al padre che ha l’obbligo di assicurarsi che i suoi figli crescano secondo i precetti coranici. Tutto ciò è tanto più vero se riferito al padre di Hina Salem, che è pachistano , pertanto quasi sicuramente musulmano wahnabita.

Ora, questo padre meschino, avrà certamente compreso che la figlia poco o nulla aveva recepito dagli insegnamenti sull’Islam. Certamente la condotta morale di Hina (vestirsi all’occidentale, amare un infedele, respingere il giusto sposo, non obbedire al Padre) è stata interpretata non solamente come un rigetto della famiglia e delle tradizioni, ma come un rifiuto della religione musulmana.

Ma un musulmano non ha la possibilità di rifiutare l’Islam. Compie il reato di Apostasia. E il Corano giudica l’apostata peggio degli infedeli ebrei e cristiani.

Il meschino musulmano ha dunque voluto punire con la morte il “rifiuto” di Hina, per annunciare alla sua comunità che non è il padre il colpevole del “traviamento” della figlia. Lui, il pachistano, ha cercato di indirizzarla sulla giusta via, ma “l’occidente” l’ha plagiata.

Qualcuno dirà che nel Corano nessun versetto invita esplicitamente ad uccidere gli apostati. Tuttavia, la maggioranza degli Hadith che trattano dell’apostasia, e la stessa legge coranica che ne è espressione, sono a favore dell’uccisione per chi abbandona l’islam.

Ovviamente ciò che ho scritto finora è solo una personale percezione di ciò che potrebbe essere accaduto più di un anno fa, a Brescia. E vale assai poco.

Ma vorrei aggiungere che, benché vi siano nella religione del Profeta uomini che professano la loro dottrina senza nuocere ad altri ed esistano senza dubbio dei musulmani liberali ed “illuminati”, la mia convinzione è che il Corano e buona parte delle sue interpretazioni universalmente accettate, sono intrise di intolleranza, e spianano la strada a chi in nome della fede vuole trasmettere un messaggio di odio e di ostilità contro il non musulmano, e contro la cultura occidentale.
Il problema rimane comunque nell’Islam. Per questo motivo, quando i leghisti semplicisticamente affermano che Hina è vittima di quella religione, non mi sento di smentirli.

La Sinistra e Hina Salem


Molte donne di sinistra ci ripetono che Hina è stata uccisa dal maschilismo, comune a buona parte degli uomini di ogni razza e religione. Significa che le violenze sulle donne, che avvengono ogni anno nelle case d’occidentali DOC e quelle che càpitano nelle famiglie musulmane, hanno la stessa matrice.

Se qualcuno afferma il contrario, è solo un razzista islamofobo che vuole alimentare "lo scontro delle civiltà".

Non commento oltre. Tuttavia devo annotare che una minima parte della Sinistra al femminile NON è d’accordo.

Già che ci sono, vorrei segnalare un post che è un inganno: sembra che tratti della storia di Hina Salem, invece scopriamo che è solo utile per ridicolizzare la partecipazione della Santanchè al processo. I commenti al post sono diversi e, per fortuna, contrastanti. Tra questi, c’è anche qualcuno che pare voglia instillare il dubbio sull’aggressione alla leader delle donne marocchine, Dounia Ettaib.

Last but not least, segnalo il post di Di Pietro (proprio il nostro onorevole dei Valori) che ci azzecca proprio con il Fosca pensiero riguardo alla "cittadinanza in 5 anni per gli stranieri" (il post è dello scorso anno, ma vi sono anche commenti recenti).

Saturday, May 12, 2007

E' razzismo?



L’ intervista ad Ayaan Hirsi*, trasmessa ieri sera dal TG1, mi ha indotto a sfogliare le pagine virtuali del blog a lei dedicato. Alla data del 9 maggio (sezione in lingua inglese) leggo un servizio di Caroline Glick, opinionista del Jerusalem Post, che richiamandosi alla battaglie di Ayaa per l’emancipazione delle donne musulmane, riporta all’inizio dell’articolo tre notizie che hanno avuto scarsa eco in Italia.

  • 28 aprile scorso – Una pattuglia di soldati americani scopre a Tarmiya ( località a nord di Baghdad) alcuni cavi che attraversando una strada finiscono all’interno della nuova scuola femminile “Huda", inaugurata da poco tempo e non ancora in funzione. Un’indagine approfondita rivela che in alcuni vani ricavati sotto il pavimento e nel soffitto ignoti avevano stipato un'enorme quantità di esplosivo. I terroristi agirono durante la costruzione dell'edificio, affinchè diventasse una trappola mortale per centinaia di ragazzine. (In Italia la notizia è stata riportata sola da Avvenire . Gli americani in Iraq fanno notizia solamente quando muoiono, o uccidono dei civili NdF)
  • 3 maggio scorso. In Pakistan nella città di Gujrat, alcuni fondamentalisti fanno esplodere una bomba nella scuola femminile. (Notizia non riportata da alcuna testata giornalistica italiana).
  • 6 maggio scorso. Alcuni palestinesi attaccano con granate la scuola elementare “Omariyah”, l’attacco è respinto, ma si contano un morto e sei feriti. I palestinesi hanno agito perché si stavano svolgendo alcune gare che vedevano impegnati insieme bimbi e bimbe. (In Italia, la notizia è stata diffusa dall’Agenzia ANSA.)

Questi avvenimenti che non hanno sufficientemente interessato la nostra stampa, ci mostrano una faccia ancora più perversa e feroce, qualora ce ne fosse bisogno, del Jihad: l’assoluta indifferenza anche per la vita dei più piccoli che noi occidentali, eredi di un’altra cultura, riteniamo universalmente “innocenti”.

Per i barbari, attentare alla vita dei bimbi sarebbe soltanto una dimostrazione per riaffermare che occorre seguire pedissequamente i precetti islamici: le femmine non hanno diritto all’istruzione, non vi può essere promiscuità, e altre balle varie*1.

Sebbene privi di rispetto per l’INFANZIA (dipenderà dal fatto che il loro massimo profeta prese in moglie, una bimba di sette anni?), questa gente è consapevole della considerazione che l’occidente ha di essa. Difatti, durante l’ultima guerra in Libano, Hezbollah non ha avuto esitazione nel lanciare i propri missili facendosi scudo di abitazioni e di edifici civili, attendendo che la risposta d’Israele provocasse vittime innocenti da esibire a tutto il mondo, come pezzi di carne sulle bancarelle del mercato, con l’avallo di giornalisti compiacenti*2.

Ma l’abuso degli innocenti continua in “terra di Palestina”, dove abbiamo visto che nella scuola e attraverso i programmi televisivi per ragazzi, viene insegnato ad odiare Israele e l’Occidente, al fine di creare i nuovi martiri ed i combattenti del futuro*3.

Non abbiamo nulla in comune con questi BARBARI.*4

Ieri sera al TG1 Ayan Hirsi ha riaffermato un concetto che molti di noi condividono, ma non possono esprimere senza essere tacciati di razzismo.

L’occidente è superiore.
Perché le sue identità cristiane insieme all’eredità illuminista lo rendono il luogo della libertà, dove le discriminazioni non sono moralmente accettate e dove ogni individuo LIBERO ha gli stessi diritti e può scegliere il cammino della sua esistenza, ed il credo religioso.

Il relativismo culturale è un VIRUS nato in occidente, che agevola il progetto di chi aspira alla fondazione di un grande stato islamico in Europa (meglio, al posto dell’’Europa).

Affermare ciò è razzismo? Allora chiamatemi razzista perché io sono convinto della superiorità della nostra civiltà.

Per questo motivo, a differenza di quei barbari, non sputo sui Diritti Umani; non discrimino le donne, gli omosessuali o i bambini; non voglio imporre con la forza la mia fede religiosa (non potrei nemmeno se volessi, non sono credente); non aspiro alla cancellazione violenta di una civiltà per sostituirla con una diversa che abbia i valori in cui credo.

E non voglio fanatici musulmani sulla mia terra.


Credo che occorrerà del tempo prima che l'Europa comprenda il nefasto inganno in cui si è infilata. Spero che quando ciò avverrà, saremo ancora in grado di porvi rimedio.

* Ayaan Hirsi Ali ha presentato alla Fiera del Libro di Torino la nuova edizione italiana de "L'infedele" edito da Rizzoli.

Nota 1- Un film "vero", che racconta la condizione delle donne e delle bambine nell'Islam radicale rif. mio post L'Osama che amo.

Note 2- Un dubbio sorge sulla strage di Cana: l'edificio è bombardato dall'aviazione Israeliana a mezzanotte ed esplode verso le 7 del mattino. Mi chiedo come mai tanti bambini si trovassero ancora all'interno della costruzione dopo il primo missile e perchè solo sette ore dopo avvenne il crollo dell'edificio.

Nota 3- Il noto giornalista RAI Scaccia ha inserito nel suo blog, per due volte, la stessa foto di adolescenti israeliani che appongono la firma (ed il saluto) sulle ogive delle bombe che verranno sganciate sul Libano. Tuttavia, per quanto cercherete, non troverete alcuna immagine di bimbi musulmani vestiti da piccoli kamikaze o addestrati all'uso delle armi; oppure i filmati relativi all'indottrinamento dei bambini in Palestina (sono alla destra del Post). Questo la dice lunga sul pensiero unico del giornalista , di certo simpatizzante di quell'altro antico inviato Rai, Riccardo Cristiano.

Nota 4- A questo proposito, credo che il mio pensiero sia stato espresso esaurientemente anche nell’ottimo blog di Elly, come commento (un po’ lungo in verità) a “L’ennesima barbarie”.

Foto: Copertina del libro "L'infedele" di Ayaan Hrsi

Sunday, May 06, 2007

Ni Putes, ni Soumises!



“In europa è Jihad” potrebbe continuare oggi, con il capitolo che riguarda la Francia. Non è un caso. Oggi si svolgeranno delle elezioni che forse daranno un’impronta diversa al futuro di questo Paese. Vorrei dare un mio piccolo contributo.

Ciò che sto scrivendo ora è solo un’introduzione “importante” e, nel contempo, un inadeguato omaggio a Samira Bellil, autrice del libro “l’Enfer des Tournantes” una discesa negli inferi delle banlieues, dove tante ragazzine di 13, 14 anni, bianche o figlie d’immigrati di religione musulmana, sono costrette a subire gli insulti e le umiliazioni dei loro coetanei per imparare ad essere sottomesse, “ ad abbassare gli occhi”, quando per le strade di quelle periferie incrociano dei ragazzi musulmani. Coloro che si ribellano a questo codice barbaro o semplicemente desiderano vivere come tante loro coetanee occidentali, rischiano di diventare le vittime di stupri di gruppo pianificati da bande di giovanissime belve che non si fanno scrupolo di ripetere le violenze per settimane e per mesi, “passandosi” le giovani sventurate come se fossero delle figurine.

Da qui l’appellativo “tournantes”.

Samira Bellil nacque ad Algeri nel novembre del 1972, la famiglia si trasferì a Parigi dove il padre finì subito in carcere per piccoli reati. Samira era piccolissima quando fu spedita in Belgio e affidata ad una famiglia con la quale visse spensierata e felice per quasi cinque anni. Tornata in Francia, ritrovò una famiglia distante, un padre violento, un’educazione diversa. I giorni sereni del Belgio erano ormai lontani.
A questo proposito, all’uscita del libro disse :


Io non accettavo l’educazione tradizionale. Anche se la mia famiglia era musulmana non praticante, la linea-guida era la medesima : non uscire, non frequentare i ragazzi, occuparsi delle faccende di casa, delle sorelle piccole… Ma io volevo sentirmi libera, non vivere sottomessa, né imprigionata in casa, come le ragazzine che vedevo intorno a me.
Aspiravo alla stessa libertà di un maschio. Ero ancora più confusa e sconvolta da quest’educazione fatta da divieti, da queste disparità tra ragazze e ragazzi, perché avevo vissuto i miei primi cinque anni in Belgio, presso papa Jean e maman Josette, dove le regole erano molto diverse.

Io sono il frutto di due stili di vita completamente contraddittori..

A Rose George, la giornalista del Guardian che la intervistò nel 2003, raccontò che le sue continue scorribande nelle strade del quartiere, ed i suoi atteggiamenti da ribelle, non passarono inosservati in un ambiente maschilista dove le ragazze avevano l’obbligo di seguire delle regole per salvaguardare la loro reputazione. Chi sgarrava, magari solo perché si truccava o beveva un bicchiere di troppo, rischiava di essere considerata una “facile”, una puttana.

Le conseguenze non sarebbero tardate ad arrivare.

A quattordici anni Samira fu violentata per la prima volta. Cadde nella tipica trappola dei “tournantes”: un giorno, il ragazzino di cui si era invaghita la “passò” a tre suoi amici che la stuprarono ripetutamente. Da allora, nel quartiere girò la voce che si era “fatta scopare” da più ragazzi.

Era diventata una facile preda.

Il mese dopo fu rapita dal capo di una banda di piccoli delinquenti e violentata per tutta la notte.

Non disse nulla fino al momento in cui scoprì che il ventunenne stupratore aveva abusato anche di due sue amiche, quindi lo denunciò e, come avviene spesso in questi casi, perse anche l’appoggio dei suoi genitori: rendere la “vergogna” pubblica, avrebbe gettato la famiglia nel disonore.

Prima del processo, arrivarono le intimidazioni e minacce di rappresaglie anche alla sorellina di Samira, ma la ragazza non si fece intimorire ed il delinquente fu condannato ad otto anni di carcere.

Intervistata dopo l’uscita del suo libro, Samira disse che gli otto anni di condanna erano stati ben poca cosa in confronto a tutte le umiliazioni e al dolore che aveva sopportato dopo la fine del processo.
I vecchi amici la evitavano ed i vicini la insultavano. Il padre la batteva continuamente, le sputava addosso, la spinse ad andarsene di casa.

Trascorse “15 anni d’inferno”. Visse sulla strada e in diverse comunità d’accoglienza, in un crescendo di disperazione e autodistruzione.

Come riporta l’intervista qui sotto, Samira fu violentata ancora una volta all’età di diciassette anni in Algeria, da una banda di teppistelli. Disperata, corse con la madre al commissariato, per denunciare l'accaduto:

Il commissario mi chiese : « eri vergine ? » « no, mi sono appena fatta violentare due volte in Francia »
« Allora non si può fare nulla ».

Quindici anni di tormento, odiando tutto e tutti. I suoi genitori che l’avevano abbandonata per la seconda volta, il suo avvocato che non l’aveva chiamata a testimoniare, il sistema giudiziario francese, che non protegge le vittime delle violenze…

Poi qualcosa cambiò. Un altro avvocato, impietosito dalla sua storia, si preoccupò di farle arrivare un indennizzo. In seguito, con l’aiuto di una psicologa, riuscì a placare il dolore che aveva dentro di sé ed uscire da quella depressione che l’aveva accompagnata per tanti anni.

Narrare la sua storia nel libro “l’Enfer des tournantes” concluse quel processo catartico che le permise di ridiventare libera e serena, come lo era stata da bimba.

Divenne madrina del movimento Ni Putes ni Soumises che con la marcia dell’8 marzo del 2003 volle denunciare alla Francia intera l’iniqua condizione delle donne nelle banlieues parigine.

……………………………


Ho visto troppe persone consumarsi dal dolore.

A volte, quando sembra che la disperazione trovi un linimento, è troppo tardi, perché ciò che consuma la mente, molte volte distrugge il corpo.

E allora inizia un processo irreversibile: l'estinzione della causa, non provoca necessariamente l'esaurimento dell’effetto.

Samira Bellil muore di cancro allo stomaco un anno dopo la grande marcia di Parigi.

Aveva 32 anni...

Hommage à Samira Bellil

Ho lasciato il testo in francese, sperando sia comprensibile. Tuttavia, se qualcuno dei miei tre lettori ne volesse la traduzione,-uff!- me la chieda. (NdF)

par Brigitte Allal

Samira Bellil vient de mourir, à trente ans. Elle avait affronté une expérience meurtrière, haine et viols, et ses mots essayaient d’en rendre compte, pour elle, pour les autres : nous ne les oublierons pas, et nous voudrions lui donner une dernière fois la parole. Ce texte est l’intervention qu’elle a faite lors d’un colloque organisé en février 2003 par l’ASFAD et l’ACB, (« Regards croisés France-Algérie : violences exercées à l’encontre des femmes »), dont les actes seront publiés par l’ASFAD et l’ACB courant septembre 2004.

Samira Bellil : j’arrive de Vitry, on a déposé une gerbe pour Sohane (leggi alla fine dell'intervista la storia di Sohane-NdF) , nous avons essayé de susciter un regain d’intérêt dans le quartier, ce qui a été très difficile. Je vais vous parler avec mes tripes et mon cœur, je vais vous expliquer ma démarche : aujourd’hui, j’ai trente ans, ça m’est arrivé quand j’en avais quatorze, ça s’est passé en 1987.

J’ai été violée à trois reprises, il m’a fallu beaucoup de courage pour vous faire un sourire.

Il m’a fallu quinze ans pour m’en sortir, quinze ans, c’est long. A l’âge de vingt-quatre ans, je me suis dit : je ne peux plus passer ma vie à pleurer, dans les larmes, le shit, à boire, à me détruire complètement, à faire parler les autres gars, ça a mis cinq ans pour redevenir humaine, pour cesser d’être sauvage, pour pleurer déjà (je ne pleurais plus), à la fin de ma thérapie, mais merde, ce que j’ai vécu, ça fait quinze ans que je le mange, matin, midi et soir, eux ils sont tranquilles, ils ont payé à la société et non pas à moi, ils ont fait leur peine de prison, j’entendais des mecs dire : de toute façon, elle l’a cherché, je ne rencontrais vraiment aucune compassion, de la part de qui que ce soit, ni de la part des jeunes, ni de la part de mes parents.

Il n’y a pas eu de main tendue pendant quinze ans, quinze ans c’est long quand il n’y a pas de main tendue, c’est là que je me suis dit : Samira, il va falloir que tu expliques ce qui se passe, à tout le monde, ce qui se passe réellement. Je voulais expliquer par quoi on passe, nous les filles dites pas bien, dites « pétasses », on parle toujours des filles sages, sérieuses, c’est l’image qu’on a dans les médias sur les filles qui réussissent mieux à l’école, on parle pas des galériennes, moi je veux qu’on parle des galériennes, je veux qu’on parle de tout ça, toutes ces filles-là, voilà ce à quoi je pense ; je pense à ces jeunes qui ont trente ans, vingt quatre ans, vingt ans, elles ont voulu vivre, on les met dans des petites cases, c’est elles qu’on voit chez le juge, chez l’assistante sociale, c’est tout le temps les mêmes qu’on voit, je pouvais plus supporter ça. Je me suis dit : : Samira, tu vas témoigner et tu vas expliquer un petit peu à ces gens, aux parents, aux frères, aux cousins, aux juges, aux éducateurs, aux animateurs, aux avocats, à plein de monde, quel était notre état d’esprit, ce qui fait qu’on tombe dans un viol collectif, et pas une « tournante », ça m’énerve aussi, ça s’appelle un viol en réunion, on passe aux assises, et pas en correctionnelle pour une affaire comme ça, c’est un crime, c’est puni par la loi. C’est une manière de dénier ce problème aux quartiers, on est dénié du début jusqu’à la fin à partir du moment où on a été victime de ça ; moi je rencontre des tas de jeunes filles qui sont déniées, c’est très éparpillé ce que je dis, je le conçois bien, mais c’est pas normal ce qui se passe.

Je ne suis pas en colère par rapport à ces garçons, je suis en colère par rapport aux adultes, à la justice, au pouvoir.

Je suis en colère par rapport aux éducateurs, aux assistantes sociales, il y a des démarches à faire, on n’est pas costaud pour les faire, j’avais quatorze ans, on me dit faut aller porter plainte, on me dit que c’est la loi, on me dit que c’est mon devoir et mon droit d’aller porter plainte, je vais porter plainte, à partir du moment où j’ai porté plainte, j’avais quinze à vingt gars par jour qui me crachaient dessus, qui me tapaient, qui me forçaient à ce que j’enlève ma plainte, ouais, ouais j’enlève ma plainte, jusqu’à aujourd’hui je n’ai pas enlevé ma plainte, y a eu un deuxième viol, parce que j’avais porté plainte, le mec m’a attrapée dans le RER, il s’est dit : t’as porté plainte, t’as ouvert ta gueule, je vais te le faire payer une deuxième fois ; donc deuxième viol en réunion, je ne dis toujours rien, je ne porte pas plainte, je savais ce qui allait se passer.

Je me tais, il se trouve que nous avons été dix filles à être violées par cet individu, les démarches c’est super grave, faut pouvoir aller voir une association, l’association en question s’est foutu de ma gueule aussi : je vous parle cash, je prends pas de gants, l’avocate est carrément partie au ski, jusqu’à aujourd’hui je ne sais pas pourquoi madame est partie au ski, j’ai pas eu de réponse, elle a envoyé un stagiaire, et ce stagiaire a demandé un franc de dommages et intérêts en ce qui me concerne, moi je chie dessus, je ne vaux pas un franc.

Suite à ça, j’ai continué ma déchéance, ma destruction, y a pas eu un regard. J’ai pas eu d’éducateur qui m’a dit « t’as peut être besoin d’aller voir quelqu’un », « t’as peut-être envie de parler », non, personne me l’a demandé.

Et ça continue encore aujourd’hui, on m’a laissée comme ça, pendant des années : j’avais un juge pour enfants, un éducateur qu’étaient censés s’occuper de moi, j’ai rien eu de tout ça, j’ai été de foyer en foyer, des foyers en éducation surveillée où y avait d’autres agresseurs, pas les miens. Les agresseurs d’autres filles, déjà on se pose la question par rapport au juge pour enfants, y a eu viol collectif : comment se fait-il que l’agresseur soit dans un foyer alors que sa place est en prison ? Les sociétés n’ont pas trouvé autre chose que la prison, en prison il faut les éduquer, leur faire comprendre pourquoi ils ont fait ça, c’est intéressant.

Ce sont aussi des victimes, mais je ne cautionne pas, y a des lois, faut les appliquer.

Je demande pas une loi « spéciale tournante », mais faut savoir que dans l’affaire de Pontoise, les mecs étaient dehors pendant l’instruction, au bout de cinq mois, ce qui veut dire que la jeune fille a dû se cacher, ça va, elle est en Algérie, et encore, parce que je peux vous dire que l’accueil en Algérie, c’est coton, fallait qu’elle en ait, fallait qu’elle soit costaud, la fille.

D’autres affaires, moi, j’ai plein d’affaires comme ça, les gamins ils se retrouvent dehors.

J’ai une affaire qui s’appelle Chloé, Chloé a quatorze ans, elle habite Saint - Denis.

Elle ne connaît pas les codes et les attitudes qu’il faut avoir dans les quartiers, elle arrive dans son quartier, « tiens, je vais me faire plein de copains ». Chloé, naïvement invite tout le monde, « je vais faire une boum », tout le monde n’a pas compris les intentions de Chloé : pour la remercier, on la fait descendre en bas dans la cité, « descends Chloé, on va te parler », ils étaient quinze à l’attendre, Chloé, on l’a emmenée à l’hôpital à Lafontaine, y a un souterrain, ils ont commencé à la massacrer dans le souterrain, ils l’ont violée dans l’hôpital, c’est un infirmier qui l’a sauvée de justesse.

Réveillez-vous, on est en France, on dirait pas, Chloé porte plainte avec ses parents, Chloé a quatorze ans, faut faire des démarches, faut dire ce qui a été dit, faut dire aux parents ce qui a été fait, et je peux vous dire qu’elle ne peut pas le dire, comment vous voulez qu’elle parle de sodomie, de fellation, elle peut pas le dire aux parents, qu’elle s’appelle Chloé, Fatima ou Fatoumata, c’est pour ça qu’elle s’enferme dans ce silence-là.

Cette fille porte plainte, « c’est mon droit, on m’a fait quelque chose », les flics le disent, on va pas leur taper dessus : il y a eu une erreur dans cette affaire, l’adresse de Chloé a été divulguée, on a mis un coup de couteau à son père, on lui a coupé le doigt, on a brûlé sa maison, Chloé on ne sait pas où elle est aujourd’hui, elle ira pas jusqu’au bout de sa plainte, elle a peur, voila où on en est en France, moi je trouve scandaleux que y ait des avocats qui ne se disent même pas qu’il ne faut pas donner l’adresse, avec tout ce qu’on entend, c’est en ça que je suis en colère, on tape du poing sur la table par rapport aux garçons, « oui c’est monstrueux, c’est des monstres », mais elle est où la justice ? Elle fait que dalle, l’affaire d’Argenteuil repasse en jugement en septembre, avec la loi d’appel Guigou, merci.

Elle doit repasser en jugement, elle doit subir ce qui s’est passé pendant le jugement. Les avocats ont été odieux, ça a été de la diffamation vis-à-vis de cette fille, ils ont ramené des jeunes filles qui ont témoigné contre elle, « moi, je l’ai vu en train de sucer soixante bites de noirs », texto, je vous parle texto, à vous, elle s’appelle Amel, comment vous voulez qu’elle se défende ? Elle s’est tue.

Elle m’a appelée, « Samira, je repasse en jugement, qu’est - ce que je fais ? » « Écoute, Amel, c’est ta deuxième chance, il faut que tu dises ce que tu as à dire, mais il faut que tu te construises ». Vous croyez que les éducateurs leur parlent en leur disant : « Amel, il faudrait que t’aille voir un psy », leur expliquent la nécessité d’aller voir un psy ? Aujourd’hui, Amel, elle dit non, « je n’ai pas besoin d’aller voir un psy », voila où on en est.

C’est ça qui me met en colère, toutes ces négligences, les petits blancs d’en haut, qui nous critiquent, « oh, ces petits Maghrébins qui violent, c’est vraiment des sauvages, oh mon dieu ça ne se fait pas » ; ce que vous faites c’est pire, vous fermez les yeux, quand on fait des démarches y a personne, Chloé elle est pas aidée, Amel n’est pas aidée, elle a déménagé trois fois, depuis l’affaire avec sa famille.

Je vais vous expliquer ce qu’est une tournante : l’acte est d’une barbarie sans nom, ces jeunes filles ne peuvent pas en parler. La sexualité est taboue dans les quartiers et dans les familles, comment qu’elles disent : « on l’a sodomisée, c’est pas possible ».

Faut arrêter, il faut expliquer à la famille, mon cas n’est pas une généralité, des familles soutiennent les jeunes, c’est la honte, la honte de dire les choses, il a fallu quinze ans à ma mère pour me regarder, c’est long pour une gamine, je n’allais plus à l’école, j’étais plus en capacité de comprendre, c’est pareil pour Chloé, et pour Amel.

Leur quotidien, c’est faire face à la justice, trouver un avocat compétent, je parle bien de compétence, ça c’est un autre débat : Amel, son avocat veut la mettre sous tutelle parce qu’elle est victime, comme si nous, petites maghrébines, on n’étaient pas capable de dire ce qu’on a à dire, je suis super en colère.

Il faudrait mettre en place des structures, qui aideraient ces jeunes filles, pour l’instant y a rien, y a une coordination à mettre en place dans les démarches qu’on fait, des avocats, des psychologues, des juges, ce n’est pas un quartier qu’elles quittent, c’est une ville, moi j’ai eu quatre villes derrière mon dos.

Ça continue encore aujourd’hui, malgré que j’aie écrit le livre, malgré que j’aie fait ce travail, malgré que je montre ma tête, je vis avec ma peur, jusqu’à la fin de mes jours, ils savent où me trouver.

On ne se rend pas compte des conséquences, pourquoi elles se taisent, les filles, en Algérie comme ici ? La justice ne les aide pas.

A Roubaix, ça fait dix mois que la jeune fille est persécutée, elle a été violée collectivement, dans une école, dans une cité, dans des terrains vagues, durant quatre mois, une gamine de treize ans. Ils étaient plus de quatre vingt les gars, cinquante à Argenteuil, on a réussi à en avoir vingt.

C’est aussi grave que ça, ça fait dix mois qu’elle essaye de refaire sa vie, on l’a retrouvée encore une fois, je comprends pas comment les acteurs sociaux ne l’ont pas aidée à avoir un nouvel appartement, elle en a eu deux, on l’a retrouvée quand même, normal, elle habite à Lille, on la met à Roubaix, super intelligent.

Clara, elle s’en prend plein la gueule, on a tagué dans son immeuble, on lui a dessiné une femme en train de faire une fellation : elle a même pas quinze ans, Clara.

Vous savez ce qu’on lui a dit ? « ou c’est toi ou c’est ta petite sœur ; si tu la ramènes, à dix - huit ans tu finis en Belgique ». Je vous parle de la France, j’ai pas terminé, attendez, j’arrive.

Pour ceux qui ont lu mon livre, j’ai été violée collectivement en Algérie aussi, moi, question poisse, j’en ai une bonne. Suite à mes deux viols, ma mère me dit : « je vais t’envoyer en Algérie, ça te fera des vraies vacances pour une fois », « ouais ok », je peux vous dire que l’Algérie, j’aime pas du tout, j’en ai rien à foutre, encore plus maintenant.

J’arrive, je vois les conditions de vie, je vois des enfants dormir dehors, « c’est quoi ce pays ? », je croyais que l’Algérie c’était un peu comme la France, un beau pays, on a gagné l’indépendance, ça doit être mortel, le choc, les femmes, c’est quoi ces conditions ?

Mes vacances se poursuivent, je fais la connaissance de banlieusards du 93, il se trouve qu’un soir, on va fumer un pétard sur la plage, le truc que je savais pas c’est qu’en Algérie, faut pas aller sur la plage, c’est pas comme la côte d’azur, j’avais quinze ans, je ne connaissais pas les codes, trois mecs me disent « police », ah bon, en short ; « montre-moi ta carte, qui me dit que t’es de la police ? » ils embarquent mes trois copains, « on va te contrôler », je me reçois un coup de poing fulgurant, et j’ai compris ce qui se passait, ils m’ont massacrée de coups, ils m’ont mis du sable dans la bouche, je ne pouvais pas hurler, des coups de pieds, je hurle « aidez - moi », y a personne, ils me sortent un couteau, « tu fermes ta gueule, ou on te tue », y a pas photo.

A genoux par terre, texto, je hurle à la mort, ils m’emmènent dans les buissons, je les supplie « laissez - moi », ils en avaient rien à foutre, y a un barbu pas loin, pour moi, c’est un musulman, « aidez-moi », il se retourne, il continue de dormir.

Toute la nuit, j’ai subi leurs atrocités, pour avoir la vie sauve, j’ai négocié mes bijoux, mes chaussures, j’avais plus rien, ils m’ont laissée comme ça, c’était à Sidi-Ferruch, j’étais hagarde, pleurant, je rentre à l’hôtel, je m’effondre, « ça a recommencé », ma mère ne comprend pas, elle hurle, on va au commissariat, c’est limite, « qu’est-ce que tu foutait sur la plage ? », naïvement : « il y a rien de mal à fumer un pétard, sur la plage », j’étais européenne.

Le commissaire me dit : « tu étais vierge ? » « non, je viens de me faire violer deux fois en France » « On peut rien faire alors », je fais un bordel, je fais venir le commissaire sur la plage de Sidi-Ferruch, il y a une descente, ils ramassent tout le monde, je reconnais mon musulman, je le supplie, « je te connais pas », dit-il. « Monsieur le commissaire, il ment », il me dit de la fermer, c’est dégueulasse, il est mortel, « tu donnes une mauvaise image de nous » ; c’est un pays de merde, j’en ai marre de la langue de bois, j’arrive à l’hôpital, la gynécologue, me dit de m’allonger, elle croit qu’elle va me toucher sans gants, « mettez des gants », « tu la ramènes en plus », elle s’est pris un coup de pompe : plus jamais je vais à l’hôpital en Algérie, je rentre en France.

NdF. Sohane era una ragazza musulmana di 17 anni che desiderava vivere come una qualsiasi teenager occidentale. Un capetto delle periferie, Jamal Derrar, con l'aiuto di un complice, la attirò all'interno di un locale deserto e dopo averla cosparsa di benzina, le diede fuoco.
A Sohane fu dedicata la marcia dell'8 marzo 2003.
Al processo, sebbene la difesa cercò di far passare in ogni modo la tesi dell'incidente, Jamal Derrar fu condannato a 25 anni di carcere
(pochi -NdF).
Per una buona parte della sinistra, il mostro divenne una vittima del sistema che aveva "creato" il ghetto.

Fonti:L'Humanitè, Books, Chienne de garde.., Sisiphe, Elue local et après?




Sunday, April 01, 2007

Il manifesto del mondo libero.


Fabio nel suo ottimo The Second Version riporta la versione tradotta e “italianizzata” de“Il manifesto di John Doe” di Michelle Malkin.
Il manifesto è l’espressione implicita dell’aspirazione autentica e determinata di chi crede nella libertà e pretende di continuare a vivere in un mondo di uomini liberi, ma è consapevole che dovrà lottare per questo. Perché la libertà, nell’occidente del XXI secolo, corre un pericolo più forte del secolo precedente: ora la minaccia è gravemente sottovalutata da quelle nazioni che credono, anche in buona fede, che la società multiculturale sia l’ultima sfida del mondo nuovo.
Nazioni che pur di coronare il loro sogno impossibile, non hanno pudore nel sacrificare i valori e le tradizioni che da sempre hanno contraddistinto la civiltà occidentale, senza chiedere nulla come contropartita.
E pare che queste nazioni siano ignare che l’Islam, quello vero, non aspira a vivere in un mondo d’eguali, poiché non rispetta altri che sé stesso. Gli altri, gli occidentali, sono visti come dei bimbi a cui occorre insegnare che l’unica verità è quella scritta sulle pagine di un libro di 1400 anni fa.

Queste nazioni, inconsapevolmente offrono la loro resa senza lottare, così da permettere che dal cuore dell'Europa, imam fanatici predichino l’intolleranza religiosa e coltivino l’odio verso gli occidentali; che le donne islamiche siano discriminate come nei loro Paesi d’origine; che bande di giovani fondamentalisti scatenino il loro disprezzo ed il loro razzismo anti-occidentale…

Chi non si vuole arrendere, denunciando che l’Occidente sta accogliendo nel suo grembo un cancro che ne provocherà la fine, è accusato di non voler restare al passo con la Storia; di essere una cassandra, un conservatore o, peggio, un razzista.
Personalmente vorrei che in Europa fossero accolti milioni di migranti da tutto il mondo, ma non musulmani.
Non è razzismo: è’ buonsenso.

Siamo consci di non potere criminalizzare l’intero mondo islamico: una buona parte del popolo migrante musulmano non ha alcun interesse a vedere negli occidentali dei nemici, ma gli altri, i musulmani “veri” sono una moltitudine e oltremodo radicate sono le loro folli convinzioni.
Abbiamo il dovere morale di fermarli.


Pertanto è necessario non abbassare la guardia e risolutamente sostenere che la nostra libertà non deve essere messa in discussione da chi ottusamente acconsente e promuove l'invasione di popoli saturi di fanatismo religioso.

Il "Manifesto di John Doe" è uno stimolo a difendere la nostra libertà e a lottare per essa , senza arrendersi mai.

The John Doe Manifesto di Michelle Malkin
Dear Muslim Terrorist Plotter/Planner/Funder/Enabler/Apologist,
You do not know me. But I am on the lookout for you. You are my enemy. And I am yours.
I am John Doe.
I am traveling on your plane. I am riding on your train. I am at your bus stop. I am on your street. I am in your subway car. I am on your lift.
I am your neighbor. I am your customer. I am your classmate. I am your boss.
I am John Doe.
I will never forget the example of the passengers of United Airlines Flight 93 who refused to sit back on 9/11 and let themselves be murdered in the name of Islam without a fight.
I will never forget the passengers and crew members who tackled al Qaeda shoe-bomber Richard Reid on American Airlines Flight 63 before he had a chance to blow up the plane over the Atlantic Ocean.
I will never forget the alertness of actor James Woods, who notified a stewardess that several Arab men sitting in his first-class cabin on an August 2001 flight were behaving strangely. The men turned out to be 9/11 hijackers on a test run.
I will act when homeland security officials ask me to “report suspicious activity.”
I will embrace my local police department’s admonition: “If you see something, say something.”
I am John Doe.
I will protest your Jew-hating, America-bashing “scholars.”
I will petition against your hate-mongering mosque leaders.
I will raise my voice against your subjugation of women and religious minorities.
I will challenge your attempts to indoctrinate my children in our schools.
I will combat your violent propaganda on the Internet.
I am John Doe.
I will support law enforcement initiatives to spy on your operatives, cut off your funding, and disrupt your murderous conspiracies.
I will oppose all attempts to undermine our borders and immigration laws.
I will resist the imposition of sharia principles and sharia law in my taxi cab, my restaurant, my community pool, the halls of Congress, our national monuments, the radio and television airwaves, and all public spaces.
I will not be censored in the name of tolerance.
I will not be cowed by your Beltway lobbying groups in moderate clothing. I will not cringe when you shriek about “profiling” or “Islamophobia.”
I will put my family’s safety above sensitivity. I will put my country above multiculturalism.
I will not submit to your will. I will not be intimidated.
I am John Doe.

Monday, March 19, 2007

In Europa è Jihad. Parte III



“It is far too easy to get a Swedish whore……I guess you can say they get fucked to pieces.” Hamid.
Un Paese in Europa ha il più alto numero di immigrati musulmani. Ma ha anche il primato delle violenze sessuali su minori: una statistica pubblicata nel 2005 dal Consiglio Nazionale per la Prevenzione del crimine di Stoccolma svela che nell’anno precedente furono 467 gli stupri di bambine sotto i 15 anni.

La Svezia di oggi è una nazione dove sempre più numerosi sono i crimini perpetrati da giovani e giovanissimi di religione islamica e dove lo stupro, che diventa strumento per oltraggiare le giovani occidentali, è comune quasi quanto lo scippo in alcune città italiane.

Come già accade in Norvegia, parte della classe politica svedese non permette che si parli di razzismo anti-occidentale, in quanto ha la convinzione che ciò possa deteriorare quel sogno (disilluso) di vivere in una società di eguali, moderna e multiculturale. Pertanto le cronache dei crimini commessi dai cittadini “non occidentali” vengono riportate dai giornali in modo neutro e mai si insiste sulla provenienza dei malfattori. Un esempio eclatante è la cronaca riportatata da alcuni giornali svedesi riguardo alle violenze subite da due ragazze, Jenny e Linda (foto sopra), stuprate e massacrate di botte. Nei giornali fu riportato che gli stupratori erano due svedesi, un finlandese, un somalo. Ma la versione raccontata dalle vittime era sostanzialmente diversa: si trattava di quattro nord africani.
Forse la verità si trovava nel mezzo: i due cittadini svedesi erano di origine somala, così come il filandese. L’ultimo, quello identificato come realmente somalo, era nell’attesa di ricevere la cittadinanza svedese.

Abbiamo detto che lo stupro di ragazze e ragazzine svedesi è così comune nelle città, che tra non molto gli svedesi non si stupiranno di trovare nelle vetrine di alcuni negozi delle cinture antiviolenza, insomma delle vere proprie cinture di castità, re-inventate da alcune ragazze ventenni. Una delle creatrici, Nadja Björk, ha affermato che il profitto che deriverà da quest’operazione commerciale sarà nulla in confronto alla soddisfazione di contribuire a ridurre il numero delle violenze commesse contro le sue coetanee.

Eppure nella Svezia del 2007, nessuno crede ad una flessione della criminalità.
Malmo, seconda città del Paese, grande centro commerciale e culturale, ha un tasso di banditismo che a noi italiani parrebbe inconcepibile per una città del Nord Europa. Il numero degli stupri è quasi di sei volte superiore a quello registrato nella città di Copenaghen, maggiore in estensione e popolazione.
Di fatto metà dei cittadini è d’origine non autoctona. Questo comporta una sorta di ghettizzazione che ha la sua causa-effetto nella comparsa di centinaia di bande di giovanissimi rapinatori e stupratori che scorazzano indisturbati dalla periferia al centro della città rubando e saccheggiando.
A questo proposito, Feriz e Partimi, membri di una banda albanese, hanno detto che in Kosovo erano abituati ad uccidere i serbi, in Svezia hanno trovato una situazione totalmente diversa, in quanto gli svedesi "sono dei codardi" e “If they get injured, they just have themselves to blame for being weak”.
E’ sempre la solita storia: per i musulmani chi si dimostra debole si deve vergognare e non merita pietà.
Svedesi codardi? In effetti, la criminalità e così diffusa che in certe piccole città anche le forze dell’ordine evitano di contrastare le bande islamiche, poiché queste non si fanno scrupolo di minacciare di morte le loro famiglie.
Non è raro nemmeno che molte ragazzine siano rapite di fronte a persone che non fanno nulla per fermare l’aggressione. Sì, forse molti svedesi sono dei codardi, tuttavia in Svezia le minacce di morte ai testimoni dei processi per stupro sono all’ordine del giorno, e pare non esistano strutture e programmi per la loro protezione.

Durante un’intervista a dei giovanissimi studenti musulmani di una scuola della periferia di Stoccolma questi non hanno avuto alcuna esitazione ad etichettare le loro compagne di scuola come semplici “puttane svedesi” che “meritano di essere scopate a sangue”.
Sono ragazzi di 15, 16 e 17 anni, che provano un odio profondo per le loro coetanee bianche.

In un’altra intervista, riguardo allo stupro di gruppo subito da una ragazzina svedese, gli stessi ragazzi hanno risposto che “It is not as wrong raping a Swedish girl as raping an Arab girl” perché “le svedesi probabilmente hanno già fatto sesso prima dello stupro, mentre le arabe devono mantenere integra la loro verginità fino al matrimonio ed uno stupro sarebbe causa di vergogna per la loro famiglia.” Certo, il ragionamento fila.
L’odio è il comune denominatore. E’ sintomatico il caso di un ventunenne musulmano accusato solo (!) di due stupri, ma anche di avere accoltellato e sfregiato otto donne in diversi pub. Arrestato, al processo disse di avere agito “accecato dall’odio verso le puttane svedesi”.

E importante sottolineare che mentre buona parte dei giovani musulmani ritengono che tutte le ragazze svedesi siano delle “puttane”, le autorità cercano di non offendere la loro sensibilità religiosa, con la speranza che magari un giorno tutti potranno finalmente vivere in amore e fratellanza nella società multiculturale. Ed allora, come già detto, dalle cronache dei giornali scompare la nazionalità d’origine degli stupratori; scompaiono le statistiche che riguardano i gruppi etnici coinvolti nei reati di stupro ecc. ecc.
Un piccolo esempio del political correct svedese: nel 2005, due ragazze furono espulse temporaneamente dalla loro scuola perché indossavano un maglione con l’immagine della bandiera nazionale. Il Preside giustificò il suo gesto sostenendo che ostentare la bandiera poteva risultare offensivo per gli studenti immigranti.

Non abbiamo la possibilità di affermare con certezza quanti stupri siano commessi ogni anno dai giovani di religione musulmana (per le ragioni che ben conosciamo), ma i rapporti della Polizia svedese informano che 2.631 furono gli stupri (denunciati) nel 2004, con un incremento del 30% rispetto all’anno precedente - rammento che la Svezia ha circa 10 milioni d’abitanti e 1 milione sono gli stranieri -. Un altro rapporto della Polizia afferma che su 10 bande criminali, nove sono composte da cittadini di provenienza non occidentale e di religione musulmana.
Infine, l'avvocatessa Ann Christine Hjelm in un suo rapporto del 2003, quando era ancora possibile farlo, rivelava che ai cittadini di religione musulmana erano ascritti l'85% degli stupri commessi durante il periodo esaminato (tre anni)
Insomma, basta fare 2+2.

C'è del marcio in Nord Europa.
E in Francia? Ci arriviamo.

Fonti: Fjordman, Cage,Viking Observer,Winds of Chang, FrontPage, Balder, Sudkuriren, The weekly Standard,

Continua.

Sunday, March 11, 2007

In Europa è Jihad. Parte II



Oslo, abitanti 580.000. A dicembre 2006 300 casi di stupro denunciati.

Nella Norvegia dei fiordi e delle “stavkirker”, le chiese lignee inserite nell’elenco dei patrimoni dell’umanità, la capitale Oslo ha un triste primato: il rapporto popolazione percentuale di crimini contro le donne è il più alto d’Europa: come se a Roma, città di più di 2.800.000 abitanti, ci fossero quattro denuncie per stupro ogni giorno. 1)
Ovviamente ci riferiamo ai soli reati denunciati.

In sei anni, i reati di stupro nella sola città di Oslo sono quasi triplicati. AftenPosten del settembre 2001 ci informa che 111 sono gli stupri compiuti nell’anno precedente, di cui 72 commessi da cittadini “non occidentali”, 25 commessi da cittadini norvegesi o "occidentali", mentre 14 sono classificati come commessi da individui di etnia sconosciuta.
Non è un caso se ci riferiamo al 2001 perché, sebbene alcune organizzazioni musulmane, dopo l'uscita della statistica delle etnie coinvolte nei reati di stupro, abbiano fortemente condannato la violenza dei loro stessi fratelli (nuovi immigrati e giovani della seconda e terza generazione d’immigranti), promuovendo anche manifestazioni di piazza e dibattiti all’Università, tutto questo sembra essere dimenticato solo pochi anni dopo. Nel senso che le violenze contro le donne aumentano in modo vertiginoso, ma le statistiche scompaiono.
O meglio, non sono più ufficiali: la politica, in nome di una vagheggiata società moderna multiculturale, cerca di contrastare la discussione, viva in questi anni in Norvegia, che ha come oggetto la violenza sessuale come fenomeno peculiare ad una parte non minoritaria dell’immigrazione musulmana. A mio avviso, questa sorta di censura ha il suo apice nella legge contro la discriminazione, dell’aprile del 2005.
Chiunque non potrebbe che approvare una legge che sanzioni duramente il razzismo. Tuttavia, già la sua impostazione offre dei motivi di dissenso. Difatti, in soldoni, si afferma che qualunque cittadino norvegese sospettato di discriminazione razziale o religiosa “ è colpevole fino a che non dimostri la propria innocenza”.
Fjordman si chiede (ed io pure) come sia possibile che il diritto acquisito di qualsiasi individuo del mondo occidentale, ossia risultare innocente finché non venga provato il suo coinvolgimento in un reato, possa in questo caso e solo in questo, essere stravolto. In ogni modo la legge è passata. E le statistiche, come già detto, sono magicamente scomparse. Inoltre, pare che nei quotidiani casi di stupro raccontati dalla stampa norvegese, difficilmente appaia il nome dei rei, se identificati dalla polizia, e tantomeno siano segnalate le loro etnie e le religioni di appartenenza. - a meno che non vi sia un identikit certo.

Si può essere scettici sul fatto che esista un odio profondo di una parte degli immigrati musulmani verso il popolo norvegese. Eppure sembra sia così.

Un solo esempio: durante una partita di calcio finita male (disordini, feriti ecc. ecc) i giocatori curdi di una delle squadre in campo, il Djerv, hanno intimidito alcuni spettatori con la minaccia della decapitazione, minacciando pure di stupro tre ragazze (la più giovane aveva 11 anni).
Una stupida partita di calcio della categoria dilettanti, trasformata in un megafono per il nuovo Jihad. Incredibile?
E in Svezia? Peggio!
Fonti: Fjordman, Aftenposten leggi anche Femina Novo
per la foto: Conflict

1) Un corollario: i casi di stupro sono così frequenti in questi ultimi anni, che si impostano anche cause e dibattiti sui problemi ( e sulle ingiustizie) del risarcimento dovuto alle vittime. leggi

Continua

Thursday, March 08, 2007

In Europa è Jihad. Parte I



Da noi in Italia non è ancora molto diffuso e pochi ne parlano, ma è quanto mai attuale nel Nord Europa, in Francia e anche nel Regno Unito.
Mi riferisco allo stupro come metodo di lotta religiosa: una particolarissima forma di Jihad scatenata da uomini di religione musulmana contro le bambine e le giovani donne occidentali.
NORD EUROPA - Nel 2004 il 70% delle violenze a donne danesi è stato compiuto da cittadini musulmani; nello stesso anno, anche a Oslo in Norvegia, si è avuto il più alto numero di stupri (Dagsavisen). A questo proposito Gunnar Larsen, ispettore del reparto Crimini Violenti della citta di Oslo ha affermato che il - 65% degli stupri è da attribuire a cittadini "non occidentali" ...-

Nel 2004, dopo la pubblicazione dei dati relativi all'incremento degli stupri compiuti da musulmani, Shahid Mehdi muftì di Copenhagen ha dichiarato che "le donne che rifiutano di coprirsi il capo chiedono di essere stuprate"
Non meravigliamoci perchè la giustificazione a queste mostruosità arriva nientemeno che da un Professore dell'Università di Oslo, che si erge a difensore della tolleranza della multiculturale società norvegese. Unni Wikan (una donna, badate bene) afferma che “Norwegian women must take their share of responsibility for these rapes” in quanto i musulmani trovano i loro modi di vestire troppo provocanti. L'esimio professore prosegue il suo strampalato pensiero sostenendo che -le donne norvegesi hanno il dovere di comprendere che per vivere in una società multiculturale occorre adattarsi, pertanto è giusto che modifichino il loro stile di vita-. E quei cittadini musulmani? Loro non possono adattarsi a vivere come delle persone civili?
Fonti: Fjordman, Jihad Watch, Aftenposten

Continua.