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Monday, December 08, 2008

VUKOVAR



Il 18 novembre scorso, dopo alcuni anni di assenza , sono tornato a Vukovar per l’anniversario della caduta della citta’ avvenuta nel 1991, dopo 3 mesi di feroce assedio da parte delle truppe dell’esercito serbo (JNA), delle formazioni paramilitari cetnike, delle “Tigri” di Arkan e delle “Aquile Bianche” di Milan Lukić.
Sembra tipicamente “balcanico” l’incontrarsi per rievocare il giorno della disfatta. Tuttavia la “presa” di Vukovar per chi ha combattuto contro gli invasori non è una sconfitta: i serbi di Milosević, per vincere la battaglia di Vukokar, hanno impiegato un enorme potenziale di uomini e mezzi, subendo delle perdite altissime. Numerose sono state anche le diserzioni nell’esercito serbo. Inoltre, la soverchiante potenza di Milosević impiegò ben tre mesi per aver ragione sui pochi e mal equipaggiati “difensori di Vukovar”.
Allora, la fine dell’assedio fu interpretata come l’inizio della speranza croata di una vittoria vera e completa sull’invasore serbo. Come di recente ha scritto un famoso giornalista del Vecernij List di Zagabria, Vukovar diventò la Pearl Harbor dei croati. Nel nome di questa città sacrificata si combattè in tutta la Croazia, e nella Bosnia e nell’Herzegovina.

Il 18 novembre 2008 abbiamo deposto una corona di fiori al cimitero memoriale, dove riposano coloro che morirono combattendo per difendere la città. Quindi abbiamo visitato l’ospedale*1, ripetutamente bombardato nell’ottobre-novembre del 1991, e il monumento di Ovcara, il luogo dove nella notte del 20 novembre di 17 anni fa furono portati, come bestie al macello, più di duecento prigionieri croati, adolescenti, giovani e anziani, per essere uccisi e sepolti in una fossa comune.

Il video che introduce il post è la terza parte (l’unica con sottotitoli in inglese) del primo episodio del documentario “Gli eroi di Vukovar”, dedicato ai difensori della città croata. Potrete vedere i serbi, regolari e paramilitari, festeggiare la fine della battaglia (e l’inizio delle torture, delle stragi e delle deportazioni).

Più sotto riporto una cronistoria della battaglia di Vukovar dal blogLibero di Antonio Ariberti. E' un pò "datata", ma abbastanza utile.

Concludo con le ultime parole di Siniša Glavašević a Radio Vukovar il 18 novembre del 1991. Due giorni dopo, il giornalista, insieme al suo tecnico del suono, concluse la sua esistenza in quella fossa comune, a Ovcara.
L'immagine di Vukovar alle 22 dell’ 87mo giorno dell’assedio rimarrà in eterno nella memoria dei testimoni di questo tempo. Dappertutto si sente un forte odore di incendio, di combustione. Camminiamo sui corpi straziati e sulle macerie. Dappertutto c’è vetro, detriti e raccapricciante silenzio. ... Ci auguriamo che i tormenti di Vukovar siano finiti.
Da "Cronistoria della Guerra" (Vukovar)

A Borovo Selo,"il paese dei pini", nelle immediate vicinanze di Vukovar, vennero uccisi in un'imboscata prima due e poi dodici poliziotti croati. Erano i primi giorni del mese di maggio 1991.
Ha inizio così l'attacco alla regione della Slavonia e alla città di Vukovar.
I villaggi vengono assediati, occupati e la popolazione non serba viene deportata. Baranja cade nell'agosto del 1991 così come gli altri villaggi del distretto di Vukovar.
La stessa città di Vukovar è bombardata con l'artiglieria pesante e incursioni aeree. Secondo gli esperti, l'Armata avrebbe impegnato circa 20.000 uomini, 300 carri armati, razzi e mortai. Sono facile bersaglio l'ospedale, il palazzo dei sindacati, la Chiesa Cattolica e l'acquedotto, tra i simboli di questa città.
Durante l'assedio, tra il settembre e il novembre del 1991 circa 1.800 persone, centinaia di poliziotti e un migliaio di volontari con un modesto bagaglio militare, presero parte alla difesa, della città della Slavonia orientale. Il 60% circa di essi erano cittadini di Vukovar, il restante volontari confluiti da altre parti della Croazia e dalla Bosnia Erzegovina. Da un punto di vista militare la battaglia "per Vukovar" si decide quando arrivano gli irregolari, come gli uomini di Zeliko Raznatovic "Arkan", comandante della Guardia volontaria serba con un seguito di varia umanità attirata dall'illegalità e dalle "voci" sulla possibilità di arricchirsi con il saccheggio: saranno loro a far e il "lavoro sporco", a stanare miliziani e abitanti dal labirinto delle cantine
L'Armata popolare jugoslava (Jna) entra nella città, dopo un assedio di tre mesi il 18 novembre 1991.
Quando Vukovar venne occupata, militari dell'esercito serbo sotto la guida di tre ufficiali, Miroslav Radic, Milan Mrksic e Veselin Sljivancanin, perpetuarono crimini contro le norme e i trattati internazionale. Torturarono e commisero atrocità contro la popolazione civile, prigionieri di guerra e feriti.
Centinaia di feriti e civili vennero presi dall'ospedale e uccisi dalle forze paramilitari serbe. per questo eccidio è incriminato dla Tribunale per i crimini nella ex Yugoslavia ICTY l'allora Sindaco della città di Vukovar Slavko Dokmanovic.
Alcune fosse comuni furono scoperte alcuni mesi più tardi da giornalisti stranieri presso Ovcara (vedi articoli e documenti) dove le esecuzioni ebbero luogo.
Oltre 5.000 persone furono deportate in campi di prigionia in Serbia. Molti non fecero mai più ritorno (sono 350 i cittadini di Vukovar scomparsi nel novembre del '91 e di cui nel 2008 non si ha ancora alcuna traccia- ndF) .
Novembre 1995: venne istituito con gli accordi di Dayton l'United Nations Transitional Administration for Eastern Slavonia, Baranja and Western Sirmium UNTAES con mandato fino al 15 Gennaio 1998.
Con la risoluzione 1145 (1997) del 19 Dicembre 1997, il Consiglio di Sicurezza decide di costituire un gruppo di osservatori con il compito di monitorare il comportamento della polizia croata nella regione del Danubio in particolare per il rispetto del ritorno delle persone, per un periodo di 9 mesi.
Il 15 gennaio 1998 Vukovar, dopo un periodo di transizione sotto l'egida dell'ONU (UNTAES), torna sotto la giurisdizione di Zagabria. Come appariva due mesi dopo la città è documentato con fotografie*2 in queste pagine.
della più grande fossa comune trovata in Croazia.
In un'altra fossa comune aperta sempre a Vukovar due anni fa furono trovati i corpi di 200 croati, soldati e civili uccisi dopo l'occupazione serba della città nell'autunno del 1991.

*1-Nel video di Youtube appaiono alcuni cadaveri seminudi: erano i soldati ed i civili feriti durante le precedenti azioni di difesa e ricoverati in quell'ospedale. I serbi, conquistata la città, li prelevarono dai loro letti e li "giustiziarono". Questa è la differenza tra oriente e occidente (cft mio post : "La differenza")
*2- Purtroppo a tutt'oggi la città presenta molti edifici danneggiati e mai riparati. Questa è una vergogna tutta croata.

Thursday, August 14, 2008

BiH - Eurovision 2008 semifinale "TRY!"


Intermezzo musicale.
Elvir Lacović (Laka) con la sorella Mirela ha rappresentato la Bosnia Erzegovina al 53° Eurovision Song Contest (Belgrado maggio 2008) arrivando alla finale con la canzone “Pokušaj”. Ma è la Russia che ha vinto l’ Eurovision Song Contest con la canzone “Believe” di Dima Bilan.

Laka, nato a Goražde, vive a Sarajevo e per il suo rock eccentrico, ironico ed alternativo è diventato un cantante “cult” in Bosnia. Io lo apprezzo molto, inoltre ammetto di essere letteralmente affascinato da Mirela che mi ricorda il mito Nina Hagen.
Oltre al video, posto il testo e la traduzione (mia) in italiano. Esiste anche una versione inglese di “Pokušaj”, ma non è la traduzione del testo originale, bensì una canzone diversa.

“Pokušaj”
(Ne silazi sa čardaka
(Rek’o mi je pjevač Laka
(Ne klepeći nanulama
(Nemoj da se praviš dama)
(“Non (fingere di) scendere dal castello”
Mi è stato detto da Laka, il cantante
“Non far suonare I tuoi sandali di legno”)
“Non fingere di essere una Signora”)
(Ne silazi sa čardaka
(Rek’o mi je lično Laka
(Ne silazi sa čardaka
(Dok ti ljubav nije jaka)
(“Non (fingere di) scendere dal castello”
Mi è stato detto personalmente da Laka
“Non scendere dal castello
Finchè il tuo amore non è forte abbastanza”.)
Na moju omiljenu foru
Prevarim faunu i floru
Da život nije postao u moru
Nego od ljubavi
Ljubavi, ljubavi
Od ljubavi.
Con il mio trucco preferito
ho imbrogliato la fauna e la Flora
perchè la vita non fu create dal mare
Ma dall’amore
amore, amore
Dall’amore.
Kolike protračismo dane
Ležeći, jedući banane
Pa spadosmo na niske grane
Bez ljubavi
Ljubavi, ljubavi
Bez ljubavi.
Quanti giorni abbiamo speso
distesi, mangiando banane
scendendo dai rami più bassi
Senza amore
Amore, amore
Senza amore.
Pokušaću da te poljubim a ti se pravi luda
Pokušaću da te poljubim a ti se pravi luda
Pokušaću da te probudim a ti se pravi budna.
Proverò a baciarti, ma tu fingi di essere matta
Proverò a baciarti, ma tu fingi di essere matta
Proverò a svegliarti, ma tu fingi di essere già sveglia.
(Ne silazi sa čardaka
(Rek’o mi je pjevač Laka
(Ne klepeći nanulama
(Nemoj da se praviš dama)
(“Non (fingere di) scendere dal castello”
Mi è stato detto da Laka, il cantante
“Non far suonare I tuoi sandali di legno”)
“Non fingere di essere una Signora”)
(Ne silazi sa čardaka
(Rek’o mi je lično Laka
(Ne silazi sa čardaka
(Dok ti ljubav nije jaka)
(“Non (fingere di) scendere dal castello”
Mi è stato detto personalmente da Laka
“Non scendere dal castello
Finchè il tuo amore non è forte abbastanza”.)
Pokušaću da te poljubim a ti se pravi luda
Pokušaću da te poljubim a ti se pravi luda
Pokušaću da te probudim a ti se pravi budna
Proverò a baciarti, ma tu fingi di essere matta
Proverò a baciarti, ma tu fingi di essere matta
Proverò a svegliarti, ma tu fingi di essere già sveglia.
Pokušaću da te poljubim a ti se pravi luda
(Ne silazi sa čardaka
(Rek’o mi je pjevač Laka)
Pokušaću da te poljubim a ti se pravi luda
(Ne klepeći nanulama
(Nemoj da se praviš dama)
Pokušaću da te probudim a ti se pravi budna
Proverò a baciarti, ma tu fingi di essere matta (“Non scendere dal castello”
Mi è stato detto da Laka, il cantante) Proverò a baciarti, ma tu fingi di essere matta
(“Non far suonare I tuoi sandali di legno”
“Non fingere di essere una Signora”) Proverò a svegliarti, ma tu fingi di essere già sveglia

Wednesday, March 26, 2008

Per questa volta è andata bene.



Anni fa ho vissuto per qualche tempo a Kiseljak, una cittadina croata della Bosnia Erzegovina a circa 20 Km da Sarajevo. Di tanto in tanto torno da quelle parti, anche perché ho degli amici che frequento tuttora. Ieri uno di loro mi ha raccontato che l’8 marzo scorso si è trovato in mezzo ad una azione delle forze speciali della polizia e per un attimo ha creduto di essere finito sul set di un film d’azione, o di essere tornato in guerra.

Era appena entrato all’interno del disco pub che poche ore dopo avrebbe ospitato centinaia di donne per la ricorrenza dell’8 marzo, quando il locale è stato presso d’assalto da uomini armati e mascherati che si sono qualificati come membri di una sezione operativa del Ministero dell’Interno. Fuori, sulla strada proprio di fronte alla discoteca, altri uomini dei reparti speciali armeggiavano intorno ad un’auto, mentre due di loro tenevano sotto mira un uomo già ammanettato.

Quando gli agenti all’interno del locale hanno concluso la raccolta delle generalità dei presenti, hanno invitato tutti ad uscire, per proseguire indisturbati le loro ricerche all’interno dell’edificio.

A farla breve, l’uomo catturato era un musulmano ed aveva parcheggiato l’auto di fronte al pub pochi minuti prima.

Beh certo, sebbene trattasi di maomettano, il solo fatto di entrare con l’auto in una città croata e parcheggiare di fronte ad un locale, non dovrebbe (credo) costituire un reato. Tuttavia nell’auto dell’islamico erano ben nascosti due ordigni esplosivi con l’innesco a tempo e ciò, anche da noi, è proibito.

La versione “ufficiosa” che "gira" a Sarajevo e dintorni è che la polizia aveva ricevuto una "soffiata" riguardo la preparazione di un attentato da eseguirsi in una località croata non distante dalla capitale, durante la Festa della Donna.

Il disco pub era stato inaugurato da poco e la sua prima grande iniziativa sarebbe stata proprio una grande festa per l’8 marzo. Per essere certi dell’affluenza, i gestori del pub avevano distribuito i manifesti pubblicitari perfino a Sarajevo. Pertanto, pur controllando altre cittadine croate, la vigilanza si era accentuata su Kiseljak e su quel locale.

La versione ufficiale del Ministero degli Interni è che il musulmano è stato arrestato “per caso” durante una normale azione di polizia (seeeh!). Inoltre, sempre secondo il governo di Sarajevo, l'islamico avrebbe probabilmente venduto gli ordigni a terze persone.

Saturday, June 02, 2007

Non bevo più….davvero.





Ho deciso di non bere più alcolici. Sono giunto a questo stupefacente proposito il 20 maggio scorso.
Forse è
stata una decisione avventata.

Qualcuno obietterà che questa è una scelta che riguarda la sfera privata, che non meritava certamente di apparire in un post e soprattutto che è di scarso interesse per chi mi conosce solamente attraverso questo blog.

Ok, se avessi inteso solamente manifestare la mia rinuncia all’alcool, non avrei aspettato tanto. Il giorno stesso o il giorno dopo il “gran rifiuto”, avrei scritto:

“Caro Diario, ho deciso di non bere alcolici per questo, quello e quell’altro motivo…”

Perché ne scrivo ora?

Perché mi sto accorgendo che questa scelta avrebbe dovuto essere meglio ponderata, per evitare alcune complicazioni nel rapporto con gli amici, i colleghi, i semplici conoscenti.

Per l’ennesima volta affermerò che non mi sono convinto ad eliminare l’alcool dalla mia dieta per questioni di salute o di calorie in eccesso.
Cercherò di spiegarmi meglio, riportando una conversazione avvenuta due giorni dopo la grande sciocchezza, quando mi sono recato in una frasca delle Valli del Natisone per incontrare uno dei miei amici.

Ho ricostruito il dialogo fedelmente (ho un’ottima memoria).


LUI-Ah Ciao, infìn tu sês rivât.
Čhol une čhadree
e
ven a bevi un taj
Mister,
puartâ donğhe un quartin di neri. Cabernet!

IO - No, veramente non berrei pe..

Lui-Ah. Mister, un taj di blanc e un taj di cabernet

IO-No proprio non bevo vino. Ho deciso domenica sera di non bere più.

LUI-Ma sei stato male? Sei in cura? (spesso, in circostanze "critiche", passare alla lingua italiana rende la situazione più drammatica).

IO-Ma no che .azzo. Se volessi veramente conservare la mia salute dovrei smettere di fumare, o magari dedicarmi solo ai toscani che almeno quelli non li aspiro.
Il fatto è che domenica sera sono andato a mangiare in un Agriturismo di Spessa (di Cividale) con l’amico con quale “'lin a
rimpinâsi su pes montagnis”…lo conosci, Rico. Avremmo bevuto sì e no una bottiglia in due. Eravamo in auto, ed a Premariacco ci hanno fermato i carabinieri…

LUI .- O zio boj..

IO- Aspetta! Ci hanno fermato i carabinieri –guidava Rico- gli hanno chiesto i documenti dell’auto e se aveva bevuto.

LUI .- O zio boj..

IO- Aspetta! Secondo me, avrebbe potuto dichiarare di non aver bevuto, perché era a posto. Perfetto.
Beh, tu sai, quando si beve qualche bicchiere di troppo si esce dal locale un po’ allegri. Sempre pronti alla guida, ma un po’ brillini, no? E’ capitato qualche volta anche a noi, che dici?

LUI- Eeeh, ma ben plui di une volte…

IO- OK. Insomma avevamo bevuto poco. Per me lui era “sincero”. A posto. E cosa mi combina?

LUI- Dice che aveva bevuto! (nuovo ricorso all’italiano che denota l’illogicità e la tragicità della situazione)

IO- Afferma di non aver bevuto che un paio di bicchieri a cena.

LUI- Cojon!

IO- Aspetta! Allora i cabibi gli chiedono se aveva qualche obiezione a sottoporsi alla prova dell’ etilometro. – ipocriti! Come se ci fosse stata qualche altra via d’uscita-. Rico ha risposto che non si sarebbe opposto. E così è successo.

LUI- Eh, che è successo?

IO- Due prove, due esiti positivi. 1,0 e 0,8 grammi/l di alcool nel sangue. Ritiro della patente e multa, credo sui 300 euro. Non so per quanto avrà la patente sospesa (forse 15 giorni); non so se gli decurteranno dei punti.

LUI- E poi come avete fatto per rientrare?

IO- Qui sta il bello. Ho detto che non avevo bevuto. E ho sostenuto d’essere astemio. Mi hanno creduto. Mi sono messo alla guida della macchina, e siamo partiti..

LUI- Cazzo, hai rischiato!!!

IO- E quando mai io evito il rischio? Comunque era tutto calcolato. Tu sai bene che ho sempre ammirato Rico perché è più bravo di me ad arrampicare. Ma ti sei mai chiesto il perché’?

LUI- BOH?!?

IO-Io sono alto 1 metro ed ottantacinque e peso quasi ottanta chili. Rico è alto nemmeno 1 metro e settanta e pesa 20 chili in meno. E’ agile come un gatto sul sesto grado, ma se beve un paio di bicchieri in più, si blocca. Invece io sono più lento sulla roccia, ma bere 3 o 4 bicchieri di vino non mi rende meno lucido.
D’altra parte, ormai ho deciso di non bere più, così non avrò problemi di sorta con le forze dell’ordine.

LUI- Mah! A parte che questo discorso del peso e dell’altezza mi convince poco. Hai deciso di non bere più? Ma non hai appena detto che tu non eviti mai il rischio?

IO- L’ho detto? Sicuro? No, ti sbagli.

LUI- Mah. Lassìn stâ là.
Insumis, tu a finît di bevi.
Dome aghe. Brâv, o soi propit cuntent.
Con tutti quei poliziotti per le strade, si dovrebbe smettere tutti di bere alcol, è sempre un pericolo.

IO- E’ proprio vero.

LUI- Bon o bevin ančhemò alc. Un SPRIZ??

Non bevo più….davvero. In Bosnia

Mercoledì scorso 24 maggio, di buon mattino, parto per recarmi in Bosnia. A mezzogiorno esatto sono a Sarajevo, a casa di un amico serbo, dove incontro alcuni colleghi bosniaci. A mezzogiorno e un minuto, un minuto e trenta, mi ritrovo davanti ad una bottiglia intatta di Viljamovka, non artigianale ma di gran pregio. Quattro musulmani mi fissano attendendo che io stappi, Dragan, il serbo, mi sta alle spalle per ricevere la bottiglia e versarne il contenuto nei bicchierini.

La grappa alla pera (kruška) da secoli è la mia preferita. Guardo la bottiglia (quella della foto) e mi sento smarrito, soprattutto, quando pronuncio la fatidica frase: "non bevo alcolici".

Il gelo cade nella stanza. Dalla cucina non odo più i rumori delle stoviglie. Dragan, che mi conosce da tempo, crede che stia prendendo in giro tutti, e mi chiede in italiano se l’enormità che ho appena dichiarato corrisponda al vero. Io confermo. Durante il pranzo, mi accorgerò che l’atteggiamento dei presenti nei miei confronti è sensibilmente cambiato. Prima ero uno di loro. Ora mi tengono un po’ a distanza.
Avrei dovuto agire diversamente.

In fondo, bere Slijvovic o altro, ingollando quarti di caffè alla turca mentre si fuma come ciminiere, è un comportamento comunissimo in tutta l’Europa dell’Est: il vero amico, o l’ospite perfetto, la prima cosa che fa appena si entra nella sua casa è mettere l’acqua a bollire per il caffè, e presentarti la sua migliore bottiglia di rakja.

La sera, prima di addormentarmi, penso ad una scappatoia che mi consenta di proseguire l' astinenza alcolica, senza incrinare i rapporti con gli amici del luogo.

Ho un’idea.

Non è corretto, ma il fine giustifica i mezzi.

Poi i ricordi mi riportano a quei giorni in cui a Vareš aiutavo un amico e suo fratello nella raccolta e nella distillazione delle susine. Lui per ringraziarmi non mi faceva ripartire senza che accettassi un bottiglione o due di Slijvovic che io prontamente spartivo con gli amici.
Mi sorprendo di tornare con i ricordi a tempi più remoti. In quei giorni di freddo (anche -30°), quando il sole nella regione di Sarajevo restava nascosto per settimane. Ed allora in mezzo alle faggete, una zuppa, o un pezzo di burek ed una bottiglietta di Slijvovic, erano sufficienti per scaldarci.

Sabato 26 maggio Asim, un amico musulmano, mi telefona invitandomi per l’indomani nel suo capanno per la caccia in mezzo ai boschi di Kruševica, ad una ventina di chilometri da Tuzla, dove stava approntando una “piccola” festa per le prossime nozze del fratello minore.

Esaurito il mio compito a Sarajevo, decido di partire nel pomeriggio per Tuzla. La sera sono all’Albergo Senad, in un bungalow con la vista sul lago.

L’indomani mattina, con comodo parto ed in un’oretta arrivo a destinazione (15 chilometri circa dal capanno, ma smarrisco la strada per 2 volte).

Mentre tre agnelli si crogiolano sul fuoco, la madre di Asim e Ninić (il fratello minore) ci offre come antipasto enormi porzioni di Burek con carne e cipolle, passando poi da ognuno per sgretolare sopra il piatto il formaggio di capra (usando esclusivamente le mani). A questo punto, da una cassetta di plastica, Asim estrae una bottiglia di Slijvovic o di Viljamovka. Ne versa il contenuto in una caraffa e da questa nei bicchieri. Quando sta per porgermi il bicchierino (intanto avevo riconosciuto l’ottimo profumo di pere), con decisione, ma mostrandomi affranto, rifiuto.

Per un attimo tutti ammutoliscono. Colgo la palla al balzo ed insisto: “Vorrei tanto, ma non posso” altro sguardo di circostanza.

Dopo qualche secondo un amico di Asim sbotta fuori con un “Bolestan na jetri!”. Lo vedo arrossire per ciò che ha appena detto. Tutti lo guardano. Poi guardano me.
Ed io ho quell’espressione internazionale
tipica del “Aho! Ecchec .azzo te devo dì: è così…”
La giornata prosegue senza nuovi problemi, e ci divertiamo un sacco.

Martedì 29 maggio sono a Zagabria, con il mio amico Đan. Con lui non ho problemi di sorta. La sera, in un bel pub del centro storico, sorseggiando una bibita energetica, gli confido che ho deciso di non bere più alcolici, che la mia decisione potrebbe cambiare tra un anno o due, e che comunque continuerò a fare il Nocino (ben 52°) ed altri liquori ai frutti di bosco.

Đan vuole sapere quanto sia stato difficile rifiutare i bicchierini di Rakja dai nostri amici bosniaci. Gli rispondo che adesso molti di loro sono convinti che io abbia il fegato spappolato a causa dell'abuso d'alcool, e nessuno osa più offrirmi nulla.

Ridiamo.

Mercoledi 30 maggio riparto. Prima di arrivare al confine con la Slovenia faccio un salto a Samobor (antica e bella cittadina croata a 10Km da Zagabria). Incontro e saluto un amico italiano che ormai vive in quella città da molto tempo. Con lui ci sono dei milanesi che stanno per tornare in Italia. Decidiamo di percorrere un pezzo di strada insieme.

Verso le 13 siamo in Italia, i milanesi vorrebbero mangiare qualcosa di leggero, allora ci fermiamo a Gradisca in un posto caratteristico, poco lontano dall' autostrada. Si ordinano salumi, formaggi e ovviamente vino.
Devo nuovamente convincere i commensali che la decisione di non bere alcolici non è appellabile.

I milanesi non sono soddisfatti: per una buona mezzora mi rifilano frasi del tipo: « Ma come? Il Friuli è un solo unico filare di uva e tu non bevi il vino?» Alla fine si arrendono e terminiamo il pasto.
Dopo il caffè, uno dei milanesi mi guarda con l'occhio torvo ed esclama:
«Ma una grappa la bevi, no?».

Nun ce'a faccio cchiù.

Nella foto, la periferia nordest di Sarajevo dove, con l'aiuto della comunità internazionale, stanno sorgendo nuovi quartieri.
Note: durante il Ramadan, la gran parte dei musulmani bosniaci non beve alcolici (almeno di giorno).
Vi sono alcuni paesi ( Drinčiči, Piljužići, altri) dove non troverete locali pubblici che offrono bevande alcoliche (ma in molte case private la rakia
non manca).

Monday, March 05, 2007

Amici - Elogio della tortura? 2


Un giorno, molti anni fa, in una slastičarna del centro storico di Sarajevo, proprio di fronte alla grande Moschea, l’amico Kasmo ed io, ci trovammo a bere caffè e a parlare di cazzate, o della guerra, come si faceva di solito.
Quella mattina avevamo un appuntamento con il fratello di Kasmo, Refik e suo figlio XXX. Sapevo che Refik aveva passato gli ultimi anni in Germania, lavorando come responsabile alla produzione di una segheria di legnami per l’edilizia. Era partito poco dopo l’inizio delle ostilità e tornava ora, a guerra finita. Devo ammettere che già ero al corrente della storia del fratello “emigrante” e, anche senza conoscerlo, non ne avevo una gran stima. In fondo lui era rimasto al sicuro, nel cuore dell’Europa pacifica, mentre il fratello rischiava il culo combattendo i serbi in Bosnia.
Poi lo conobbi.
Cazzo, completamente diverso dal fratello: mentre Kasmo era calmo, controllato e aveva lo sguardo perennemente “incantato” (qualcuno avrebbe detto “addormentato”), Refik aveva una parlantina scattante e due occhi da furbo ma simpatico.
Era brillante e divertente e già nella prima mezzora di conversazione avevo completamente mutato opinione su di lui, sulla fuga in Germania e sul fatto che il suo stipendio mensile nell’anno 1995 fosse quasi cinque volte superiore a quello di Kasmo, che non era stato l'ultimo dei soldati dell' Armija di Izetbegovic, ma un ufficiale superiore con incarichi di comando, nella 10ma Brigata di montagna di stanza a Sarajevo...
Continua.