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Tuesday, January 24, 2012

Personale ma non troppo - 2

Et me voilà, dopo tanti mesi di assenza dal Blue-blog eccomi di nuovo a postare ciò che (per fortuna) pochi (buoni e cattivi) leggeranno. Però devo riprendere un pò di pratica con Blogger che si è rinnovato, ma continua a pubblicarmi i post che salvo nelle bozze (ok, la colpa è sempre mia).
Diciamo che è passato un lungo periodo di tempo senza che scrivessi nulla perchè ero ... in altre faccende affaccendato, ma anche perchè mi trovavo in zone non completamente coperte dalla rete. Comunque il novembre scorso sono tornato nuovamente nei Balcani giusto in tempo per partecipare ancora una volta alla manifestazione di Vukovar (20 anni dallo stupro della città) e giusto in tempo per assistere (da lontano) al repentino disfacimento della democrazia in Italia e all'avvento, sempre nel mio sfigatissimo Paese, della "Repubblica dei Professori" (che ricorda tanto il comunismo platonico).
A farla breve,  ha finalmente preso corpo in Italia quella sorta di dittatura "soft", inseguita per anni da una parte della sinistra alleata ai "poteri forti" e ad una sezione fortemente politicizzata della magistratura. Evviva!
Ma ciò è potuto accadere soltanto grazie alla stupidità dei moltissimi e alla scaltrezza di alcuni  (il presidente comunista Napolitano, ad esempio).
Ma torniamo a noi, passato il Natale ho chiesto ad un paio di amici che vivono qui (ma come Fosca, non sono propriamente balcanici) di accompagnarmi per trascorrere alcuni giorni di vacanza in Italia. Devo ammettere che non c'è voluto molto a convincerli: erano assai più entusiasti di me all'idea di conoscere anche soltanto una piccola parte del Bel Paese.
Nella mia regione, oltre a visitare alcune località interessanti dal punto di vista storico e paesaggistico, i miei compagni di viaggio hanno avuto modo di apprezzare la passione dei friulani per le "frasche", dove viene servito cibo semplice e vino ottimo (a volte superbo, come lo "Schioppettino" di Albana). Per non farci mancare nulla, c'è anche scappata una bella gita a Venezia e nell'occasione, dopo aver apprezzato le bellezze della città, ci siamo chiesti dove *azzo fossero finiti i veneziani doc, difatti moltissime bancarelle di souvenirs sono gestite da extracomunitari provenienti dal Bangladesh, dal Pakistan e da chissà quali altre disgraziate nazioni.

Durante il viaggio di ritorno verso i Balcani, per ingannare il tempo (e farci del male) abbiamo chiacchierato sull'attuale misera condizione dell'Italia.
Molte sono le domande che mi hanno e ci siamo fatti; ad esempio quando abbiamo riempito il serbatoio dell'auto in Slovenia, dove il carburante costa 1,27 eurini, ci è venuto naturale chiederci se l'Italia fosse attualmente governata da un manipolo di matti o magari di sabotatori al soldo della Merkel. Perché è certo che se se si è così duramente operato affinché l'Italia venisse guidata da un governo fantoccio,  almeno all'inizio occorrerebbe giustificare il golpe in atto aiutando l'economia a decollare, ma ciò non può avvenire se le si tarpano subito le ali aumentando il carburante ad Un-Euro-e-Ottanta!
La conversazione è proseguita su altri temi non meno pungenti. Ed eccoci allora alle prese con un interrogativo che ancora anni fa affrontavo nelle frasche e nei locali friulani: "Perchè anche in Friuli, una regione, lontana dall'Italia delle grandi industrie e del potere, c'è una così massiccia immigrazione?" Ho appena scritto che una volta si parlava di immigrazione di fronte ad un bicchiere di vino o ad un caffè in qualche locale di Udine o del cividalese. Ora non è più nemmeno consigliabile discuterne al bar. A parte il fatto che una buona percentuale delle persone che ti servono il caffè hanno nomi per lo più impronunciabili ed origini aliene , appena entri un un locale, che sia il Bar dello Sport o l'Irish Pub, ti senti come Luke Skywalker quando arriva a Mos Eisley, il porto spaziale del suo pianeta Tatooine: decine di idiomi diversi si sovrappongono e tu sei proiettato dentro un tunnel linguistico in cui stenti a trovare l'uscita. E se sei un tipo che viaggia spesso fuori dall'Europa, come Fosca, potresti trovarti disorientato e pensare per un attimo, per una frazione di secondo, di non essere mai partito o di non essere mai arrivato e magari di esserti smarrito in un incubo, ergo in un agghiacciante, mostruoso, "sinistro" sogno multiculturalista.
Ma la domanda resta: perché? Non credo vi sia una risposta assoluta a questo interrogativo; certo io posso offrire la mia opinione di "italiano all'estero" e la mia convinzione è che l'Italia stia semplicemente seguendo un trend imposto dall'Europa, che lentamente ma ineluttabilmente sta portando l'italiano medio al rincoglionimento (altrimenti detto "Perdita delle Palle").
In uno scatto d'orgoglio latino, mi rendo conto che è riduttivo attribuire ad altri l'intero merito del rimbambimento del Bel Paese. Senza dubbio noi ci abbiamo messo del nostro e ciò grazie ad una antica e naturale predisposizione italica a prenderlo nel sedere.

Tuesday, March 22, 2011

Cuneo?


Ancora in partenza...
Tuttavia sono certo che troverò il tempo (e "serie" connessioni alla rete) per aggiornare il blue-blog.
Intanto mi voglio divertire e, anche per chi se lo fosse perso, posto il mio video preferito di Zelig 2011.

A Cuneo non ci sono mai stato.
E me ne vergogno un pò.
Ajde, Čao!

Thursday, March 17, 2011

Personale (ma non troppo)

Suvvia, (mi) urge riacquistare il piacere di scrivere su questo blue-blog.

Confesso che avevo perduto l'abitudine (e la voglia) di lasciare i miei pensieri e le mie "denunce 1*"in rete. A parziale giustificazione va detto che per un periodo abbastanza lungo ho avuto difficoltà anche nel trovare delle serie e durature connessioni internet.

Ciò che segue sono alcuni pensieri affatto personali, ma è una buona occasione per continuare con "leggerezza" il mio viaggio cominciato qualche anno fa.


Ho trascorso 414 giorni senza rivedere né la Croazia, né l'Italia. Diciamolo, 14 mesi di fila lontano dai luoghi familiari e dalle "mie genti" non sono passati in un lampo.
Quasi con imbarazzo devo ammettere che ho sentito più volte il richiamo delle mie radici, ho pensato con nostalgia ai miei lupacchiotti e concedetemelo, ho vagheggiato intorno al ricordo delle montagne, dei vini, delle "frasche" e della cucina del mio Friuli.
Ebbene il 25 dicembre scorso arrivo in Croazia, rivedo la mia vecchia casetta, i miei libri e le mie cose e quindi festeggio il Natale con gli amici increduli. Il giorno successivo riparto per " il suolo patrio" non senza aver prima solennemente promesso di ritornare al più presto.

Elenco delle cose che ho fatto il giorno del mio rientro in Italia:

1) - raggiunto miei lupacchiotti, giocato con loro, passeggiato insieme ecc. ecc.;

2) - raccolto un paio di amici per un "frasca tour" nelle colline del cividalese (è lontano il tempo delle rinunce volontarie), bevuto tre o quattro bicchieri di autentico vino friulano (non di più, poiché le colline cividalesi pullulano di forze dell'ordine il cui unico incarico è quello di braccare e sanzionare i bevitori impenitenti);

3) - visitato i genitori che dopo avere constatato che questa volta ero tutto intero e abbastanza in salute, hanno preferito sorvolare ed offrirmi la cena di Santo Stefano piuttosto che rivolgermi quelle tipiche domandine che solitamente i papà e le mamme hanno pronte per i loro figlioli rimasti a lungo assenti. Ad esempio: "Sei finito ancora una volta in ospedale?" "Magari ti hanno arrestato?" ecc. ecc.

Ho trascorso quasi due mesi in Italia, tra buona cucina, buoni vini, salutari passeggiate, letture quotidiane di giornali veri 2* ed ottima compagnia.

Dimenticavo, ho scelto di festeggiare la notte di San Silvestro insieme ai mie due lupacchiotti, di fronte ad un crepitante fuoco, con una fantastica fiorentina ed una eccellente bottiglia di Franconia.

Ora sono di nuovo in Croazia. Non ho osato scrivere nulla sul blog durante le settimane trascorse in Italia perché sono consapevole che nel mio Paese è diventato sempre più pericoloso esprimere le proprie opinioni. Soprattutto se queste si scontrano contro il pensiero dominante che è quello di una sinistra inetta ma paradossalmente potente, perché appoggiata, forse "usata", da poteri forti. Tra questi vi è di certo quella magistratura che ha dimostrato per anni l'intenzione di voler guidare l'Italia, abbattendo i governi democraticamente eletti.
Ovviamente ne riparleremo.

Qualche minuto fa mi è arrivato un messaggio del mio amico P, il tedesco. Mi chiede se non sia giunto il momento di fare un viaggio verso sud, verso il caldo. In fondo qua c'è stata la neve fino a qualche giorno fa...
...e io non so che rispondere.

Ajde, Ciao!

1* articoli di giornali e post di bloggers amici e personali che denunciano la crescente islamizzazione dell'Europa e che si scagliano contro il "political correct", contro il relativismo culturale, contro l'ipocrisia della sinistra e dei pacifinti, contro i progetti subdoli dei movimenti eurasiatisti.

2* leggere i giornali soltanto su internet non dà molta soddisfazione.

Monday, May 31, 2010

THE EUROVISION 2010 - L'Europa Unita che balla.




In attesa di "riaprire le comunicazioni" posto una chicca: il più grande "flash mob" dell'Europa, forse del mondo. L'intermezzo è avvenuto all'interno della più famosa manifestazione canora europea che quest'anno si è tenuta ad Oslo.
Come al solito, l'Italia non vi ha partecipato.
Dimenticavo, "Satellite", veramente bella canzone della cantante tedesca Lena, è la vincitrice dell'Eurovision 2010.

Thursday, November 26, 2009

Ok, mi dispiace. Va bene???

Uff, mi irrita ammetterlo ma....
Ok, sono consapevole che “mollare” per un lungo tempo il blue-blog, rappresenta uno sgarbo nei confronti di quei pochi ma sempre importanti lettori che lo visitano.
Il fatto è che io non son certo qui per "far la permanente ai ricci", anzi, il lavoro mi porta a viaggiare spesso e proprio nell’ultimo vagabondaggio è capitato un contrattempo (nulla di grave) che mi ha costretto a restare lontano dalla tastiera per un certo periodo.
Da una decina di giorni, mi trovo nuovamente sulla sponda più sfigata del Danubio, ma conto di tornare per qualche giorno in Italia (lo scorso agosto ho trascorso ben 2 giorni 2 a Udine) e nella mia amata Slavonia.
Nel frattempo cercherò di aggiornare RRR, anche perchè oltre ad un post da completare, vorrei scrivere qualcosina in più: molti sono gli spunti che la disgraziata situazione italiana ci ha offerto in questo periodo...

Tuesday, July 28, 2009

Sogno i monti.



Ho un impellente desiderio di mollare tutto e rifugiarmi tra le dolomiti friulane e venete, o sulle montagne dell' Ost-Tirol.
Ho un urgente bisogno di VACANZE. Vorrei tanto infilarmi gli scarponi, indossare l'imbragatura, caricare i miei figliocci sull'auto (quelli che vedete nell'immagine) e partire per Matrei. Oppure calzare le scarpette da arrampicata e salire su qualche vetta dolomitica, qualcosa di facile però, affinché possa godermi per tutta la durata della salita la bellezza delle mie montagne.
Ma per ora sono qui, sulla sponda più sfigata del Danubio che comunque in questa zona offre un panorama grandioso.
I miei figliocci sono in Italia e forse sono un pò giù perchè sono ormai trascorsi alcuni mesi dalla nostra ultima escursione. Qua mi fanno compagnia questi bei tipetti, mentre Ziva in Croazia mi attende per accompagnarmi ancora una volta sulle colline e nei boschi dietro casa.

Diavolo,
devo andare in vacanza!

L'immagine di introduzione è stata scattata ben 5 anni fa, durante una vacanza in Ost-Tirol (sullo sfondo il GrossVenediger).

Sunday, April 27, 2008

Severina - Ajde ajde zlato moje (NG 2008)

Massì, ci vuole una pausa! Magari musicale. Questa è la canzone che spesso ascolto nei locali di Zagabria, Nova Gradiška, o Šlavonski Brod.
A Nova Gradiška, piccola graziosa cittadina della Slavonia, dove molti mi conoscono, spesso nelle serate libere mi concedo una bibita (o due o tre…) in qualche piccolo ritrovo o birreria della città. Ed è facile che le bariste (tutte altissime, bellissime, giovanissime), dopo aver selezionato nel jukebox digitale la canzone di Severina, si dimentichino semplicemente di servire i clienti, perché cantano a squarciagola danzando sui tavoli.
Che vita. Eh?

Alzate il volume.
Un omaggio ai miei 3 lettori, perché sono ancora in PARTENZA.

Hajde!

Tuesday, April 01, 2008

In partenza


Sono partito nell'ottobre scorso e su RRResistenza per mesi non c'è stata traccia di me.
Non è stato un bel gesto.
Non mi sono comportato correttamente. Difatti anche se
il mio blog avesse avuto un solo lettore (diavolo, ne avrà almeno tre o quattro!), avrei dovuto avvertire per tempo della pausa "forzata" in cui intendevo relegarlo.
Inutili e tardive sono le giustificazioni apportate QUI.
Mea grandissima culpa.
Ora non voglio incappare nel medesimo errore.


Domani partirò per un nuovo viaggio.
Al momento non so quando ritornerò e non sono certo di quando avrò la possibilità di scrivere ancora su questo blue-blog, ma a meno di impedimenti seri, forse tra una decina di giorni i "quattro abbonati" a RRRESISTENZA potranno trovarmi di nuovo sulla Rete. E' chiaro che innanzitutto dovrò organizzare il mio lavoro (e approntare una nuova postazione internet), poi avrò l'opportunità di scorrere le pagine di RRR e dei bloggers amici*.
A presto.
Fosca

PS: ma non da "clandestino"...

Friday, March 07, 2008

Son qui...

Qualcuno ha detto che gli avvenimenti inattesi, gli "imprevisti", rendono la vita più interessante e degna di essere vissuta.
La mia esistenza è costellata da "imprevisti". E ora mi rendo conto di quanto ciò sia stancante, sfibrante, svigorente.
Irritante.
Non ho alcun dubbio: IO posso testimoniare che la vita è dura e dolorosa e pesante.
Comunque è sempre degna di essere vissuta.

Chiedo perdono agli amici, ai pochi "abbonati" a RRR e a Đan, per il lungo silenzio. Ma tralasciando alcuni impedimenti oggettivi (100 e più giorni trascorsi "in viaggio"), pur avendo a disposizione delle postazioni internet come questa dalla quale sto scrivendo (mi trovo sulla sponda più "sfigata" del Danubio), non avevo punto voglia di riversare i miei pensierucoli su questo blue/blog, perché temevo che con essi sarebbero cadute alcune gocce della profonda amarezza che ha segnato il "mio inverno" 2007/2008.
Per molti il blog è anche un mezzo per cercare aiuto, comprensione, consolazione.Ovviamente non è il mio caso. Fin da ragazzino ho imparato a trovare da solo le soluzioni ai miei casini. Forse ci impiegavo più tempo, ma per pudore o per orgoglio non chiedevo e non mi aspettavo l'aiuto di altri. Durante la vita si cambia più volte, ma in me il pudore e l'orgoglio non è mutato.

A chi interessa...
Da circa 40 giorni mi trovo in un territorio che dalla gran parte della popolazione romena è considerato"depresso".

In effetti potrei deprimermi anch'io, per fortuna sono dotato di un innato ottimismo e la visione quotidiana di queste baracche colme di umanità, di queste strade di fango, di questa povertà diffusa ma vissuta con fierezza mi provoca soltanto del risentimento verso quei politicanti di Bucharest, che hanno fatto "carte false" per entrare in Europa, credendo forse che con questo atto, tutti i loro problemi si sarebbero magicamente dissolti.

E certo non mi deprimo anche perché mi accontento di passeggiare all'imbrunire sull'argine di questo Grande Fiume, magari chiacchierando in "similserbo" con pescatori e guardie confinarie (aldilà del Danubio siamo in Serbia). E mi appago quando qualcuno mi invita a casa sua per dividere la sua modesta cena. E mi delizio quando posso donare un dolcetto o un formaggino ai bimbi piccolissimi, poverissimi, ghiottissimi che di tanto in tanto passano da queste parti.

Ma il mio lavoro qui è praticamente concluso. Già da lunedì prossimo tornerò in Croazia dove cercherò un appartamento (ed una nuova postazione internet). Qua, nella "zona depressa" rimarrà un mio collega italiano.
Il giorno 19 ritornerò sulla sponda "sfigata" del Danubio per recuperare il mio amico ed insieme torneremo in Italia per qualche giorno.
E rivedrò finalmente i miei lupacchiotti!.

Dimenticavo:
AUGURI ALL'ALTRA META DEL CIELO.

Thursday, October 04, 2007

Odio la caccia...

Sono tornato da un viaggio che dai Carpazi, passando dalle Montagne del Transdanubio mi ha riportato ai Balcani ed infine in Italia.

Chi mi legge, capirà certamente che ha a che fare con un amante della montagna: a volte, parlando dei luoghi visitati, preferisco non riferirmi a città e nazioni, ma a catene montuose attraversate. Tuttavia non desidero parlare ora del mio viaggio. Magari ci scriverò due righe più tardi o domani, sfruttando l’occasione offerta dalle recenti elezioni avvenute in Ucraina.

Ora mi preme raccontare una storia triste. Un fatto accaduto il giorno stesso della mia partenza, proprio dopo aver scritto il post sul Khilafah, qui sotto.

Avverto che facendo fede alla mia scarsa capacità di sintesi, il testo risulterà lunghetto. Tuttavia confermo che è volutamente ricco di particolari ed ho prediletto la forma attiva, affinché l’eventuale lettore non lo abbandoni troppo presto.

Dopo aver inserito nelle bozze il post che intendevo postare sul blog, esco con i miei lupacchiotti e mi dirigo verso la campagna. E’ domenica, purtroppo i cacciatori girano con i loro cani alla ricerca di ingenui fagiani da impallinare.

I miei cani passeggiano allegramente, come sempre sono al guinzaglio. Dopo una mezz’oretta di cammino si dirigono verso un dosso ricco di una vegetazione bassa e fitta, che fa da scudo ad un argine che scende con forte pendenza nel letto di un torrentello spesso asciutto.

Mi faccio largo tra i rovi e salgo fino alla sommità dell’argine con le belve, credendo di trovare il solito stupidissimo fagiano acquattato tra i cespugli.

Non ci sono fagiani, né pernici, nè lepri o altri animali.

Eppure i miei lupi rimangono immobili, mentre le loro code cominciano ad ondeggiare. Mi accorgo che il loro sguardo è diretto verso un punto al centro del torrente in secca.

(NdF:quando dei malamutes avvistano ciò che potrebbe sembrare una preda, agitano la coda in un modo singolare, questo gesto potrebbe sembrare una manifestazione di contentezza, non fatevi fuorviare, è soltanto un particolare tipo di “ferma”).

Guardo meglio e tra un piccolo canneto ed una grossa vasca di cemento interrata (10m x 10m) e colma dell’acqua limacciosa di piogge passate, scopro... un cane. E’ un setter bianco a chiazze rosse/fegato. E’ laggiù, accucciato e…mi guarda e guarda i miei lupacchiotti, ma non si muove.

Chiamo, fischio, lo esorto a venire da me, continua a non muoversi. Ma il suo muso rimane puntato sull’insolito trio fermo sulla sommità di quel triste imbuto di cemento: due cani (due lupi?) ed un umano, uniti da una corda che non svela chi guida e chi viene guidato.

Decido di scendere il ripido argine di cemento prima che ci pensino i miei lupi a trascinarmi giù per il pendio a rotta di collo, come avviene solitamente nei sentieri di montagna. E raggiungo il setter. Mi tengo ad una ragionevole distanza: temo che i lupi possano aggredire quel magrissimo cane che pare privo di forze. Lo osservo attentamente: rimane immobile. Corrisponde il mio sguardo e sembra ascoltare le parole che modulo piano, con calma per tranquillizzarlo. Diavolo, è fin troppo tranquillo. I suoi occhi fissano i miei e poi puntano le belve che scalpitano a pochi passi da me. Comprendo che ne ha paura, ma mi rendo conto che deve essere malato, o ferito perché, pur dimostrando di temere almeno i due membri a quattro zampe dell’insolito trio (rivolge loro un debole ringhio), mi accorgo che a volte il suo sguardo si annebbia e le palpebre si abbassano, come accade ai vecchi o ai bimbi che dopo aver mangiato, con la testa che dondola, corrono il rischio di addormentarsi sul piatto.

Ma questo cane non ha mangiato da ore, ne sono certo.

Tirandomi appresso le belve, mi sposto alla sua sinistra per scorgere delle eventuali ferite o delle contusioni. Pare non vi siano ossa rotte e in ogni caso non vi sono evidenti tracce di sangue. Il setter è magro, incredibilmente magro, ma a prima vista sembra sano.

Ovviamente non posso capovolgerlo per scoprire eventuali ferite al ventre, ma sono consapevole che ferite del genere provocano fuoriuscite abbondanti di sangue e qui per fortuna non ne vedo.

Lì vicino le erbacce e le canne sono pestate, appiattite e “modellate” a formare un cerchio quasi perfetto di circa un metro di diametro. Bene, significa che fino a qualche ora prima il setter non era accoccolato nel luogo dove l’abbiamo trovato. Si trovava ad un paio di metri di distanza, in mezzo al canneto, dove probabilmente ha passato la notte…

Dunque è rimasto in quella zona, almeno 10-12 ore. Seguo con gli occhi il percorso che avrebbe dovuto compiere per uscire da quella trappola. La salita dell’argine è ripida, ma per un cane non dovrebbe rappresentare una grossa difficoltà. Tuttavia, per raggiungere la sommità dell’argine e riconquistare la libertà occorre scavalcare un gradone di cemento alto una quarantina di centimetri. I miei cani sono grossi e forti, ma non credo potrebbero farcela. Il setter è magro e debole, ogni suo sforzo sarebbe stato inutile.

Basta, cerco di indurlo a seguirmi ancora una volta, ma non vengo ascoltato.

Risalgo l’argine con i lupi che oppongono una strenua resistenza e mi metto alla ricerca di un cacciatore. Dopo pochi minuti ne trovo ben due esemplari ai quali spiego che un setter, probabilmente perduto almeno un giorno prima da qualche loro collega “distratto”, si trova all’interno del torrente asciutto e non ha la possibilità di uscirne.
Evito di aggiungere che a mio parere non ne ha nemmeno la volontà.

I due mi assicurano che andranno a recuperarlo per consegnarlo al guardiacaccia che lo porterà al canile, dove resterà nell’attesa del proprietario (nel caso fosse rintracciato).

Torno a casa, ma non sono tranquillo. Le ore trascorrono scrivendo alcune lettere di lavoro e preparando i bagagli, ma continuo a pensare al setter. Pertanto verso le 15.00 decido di prendere l’auto per tornare sul luogo dove un insolito trio aveva scoperto un cane perduto da qualche cacciatore coglione.

Ovviamente questa volta lascio a casa le belve.

Mi fermo a poca distanza dal torrente. Risalgo il dosso e mi ritrovo nuovamente sull’argine di cemento: il setter è nello stesso punto dove l’avevo lasciato ore prima. Si accorge immediatamente della mia presenza e mi guarda come se fossero trascorsi solo pochi minuti dal nostro precedente incontro.

I due cacciatori imbecilli a cui mi ero rivolto forse non hanno nemmeno provato a recuperarlo, probabilmente hanno preferito occupare il loro prezioso tempo ammazzando qualche altro fagiano.

Mentre penso ai calci che vorrei appoggiare sul fondoschiena di quei due rimbambiti e mi guardo intorno nella speranza di rivederli, il mio sguardo si ferma sulla grande vasca colma di acqua piovana. Metto a fuoco e… non riesco a credere a ciò che appare ai miei occhi.

Come se avessi ricevuto un forte colpo alla bocca dello stomaco, rimango senza fiato e lo sguardo mi si annebbia.

Laggiù, nell’acqua verde e limacciosa galleggia il corpo di un altro cane. Un setter bianco a chiazze rosse/fegato, uguale a quello che a pochi metri di distanza, se ne sta accucciato nel suo giaciglio improvvisato.

Immediatamente alcuni pensieri confusi affollano la mia mente: com’è possibile non aver scoperto il secondo cane durante la mia prima discesa nel letto del torrente? Eppure ricordo di aver osservato con attenzione quella enorme vasca di cemento, perché incuriosito dal fatto che contenesse una gran quantità d’acqua che strideva con l’aridità del luogo. Forse il cane era annegato dopo la mia partenza?

Pensieri insulsi subito raggelati dalla ragione.

Il setter era morto molte ore prima, ed il suo corpo era finito sul fondo di quella trappola. I processi putrefattivi lo avevano gonfiato tanto da farlo riaffiorare.

Dopo questo banale ragionamento, i miei occhi si spostano sull’altro cane che a pochi metri di distanza da quella vasca ricambia il mio sguardo. Per un attimo si erge su tutte e quattro le zampe, ma poi ritorna ad accucciarsi sulle sterpaglie.

Rimango fermo, ma i miei occhi ritornano su quel corpo inanimato.Su quella massa bianca e rosso/fegato che una volta era un cane felice e vivace.

Mi faccio del male immaginando l’accaduto: i due cani giungono insieme sull’orlo della vasca. Il cane dominante, probabilmente il maschio (allora il setter che mi sta fissando è una femmina!), è il più esuberante. Scorge qualcosa tra l’acqua verde, dei minuscoli pesci, o delle rane, e si tuffa per gioco, forse per catturarli. Ciò avviene sotto lo sguardo della femmina che lo guarda compiaciuta e rimane all’asciutto (sono molto simili, saranno fratelli?). Il cane nuota nell’acqua che non è molto alta, ma non riesce a toccare il fondo. Si stanca e decide di tornare dalla sorella. Prova a risalire da dove si è tuffato, ma la sponda è alta e dentro la vasca non vi sono appoggi più bassi per fare forza con le zampe posteriori, e scivola nell’acqua. Prova ad issarsi sulle zampe anteriori ancora una due, tre volte ma ricade sempre nell’acqua verde. E beve e sputa e ringhia. La femmina, che fino a quel momento ha creduto che il suo compagno giocasse, è turbata ed inizia ad abbaiare. Il maschio prova ancora, punta le zampe sul cemento piatto, ma ormai si è indebolito e non riesce ad alzarsi nemmeno di un centimetro. Incomincia ad abbaiare nervosamente, mentre la femmina abbaia più forte correndo ora di qua ora di là, da un capo all’altro della grande vasca. Il maschio prova di nuovo e di nuovo affonda. Riemerge e inizia ad ululare, a guaire sempre più forte. Sbatte le zampe davanti a sé terrorizzato, ma ad ogni movimento finisce con la testa sott’acqua. La femmina non smette di abbaiare; non smette di correre avanti ed indietro. Vorrebbe chiedere aiuto, ma non vuole perdere di vista il suo compagno e mentre corre, lo vede provare di nuovo. Vede le sue esili zampe puntarsi sul cemento; lo vede scivolare nell’acqua; lo vede riemergere e lo sente urlare. Il maschio è sfinito. Le forze lo abbandonano e l’acqua lo inghiotte per l’ultima volta.

La femmina non comprende.

Continua ad abbaiare e a correre avanti e indietro per ore, finché sfinita si accuccia e rimane a vegliare quella vasca sperando che le restituisca il suo compagno di giochi.

Non ho immaginato tutto. Ho solo ricordato cosa è accaduto un paio di anni fa, al mio (stupido) lupo, quando in una discarica comunale, si è gettato all’interno di un pozzo di recupero delle acque reflue. Per sua fortuna, io non mi trovavo molto lontano e quando ho sentito le sue urla strazianti ed i latrati della sorella mi sono precipitato verso la discarica, riuscendo a salvarlo (e non è stato facile).

Da allora i miei cani escono sempre al guinzaglio. Ma questa è un’altra storia.

Scendo nel letto del torrente e mi avvicino al setter sopravvissuto. Ho una gran pena. Comprendo che la bestiola non poteva seguirmi perché lì, a poca distanza, c’era il suo compagno.

Le accarezzo il muso. Lei (è una lei, ora ne sono certo), per un attimo mi guarda intensamente, ma poi le sue palpebre si abbassano.

Da quanto tempo non dorme? Da quanto tempo non mangia?

Le porgo uno dei biscotti per cani che normalmente tengo nella mia auto. Lo afferra delicatamente e lo poggia a terra, tra le sue zampe. Poi lo riprende in bocca e, per fortuna, lo mastica. Allora estraggo una decina di biscotti dal marsupio e li appoggio tra le sue zampe. Mangia. Mi sento rasserenato. Almeno un po’.

Senza perderla di vista, telefono ai vigili municipali. NON RISPONDE NESSUNO. Provo due tre volte, inutilmente. Allora chiamo un mio caro amico, gli espongo i fatti e lui mi fornisce il numero telefonico della stazione dei carabinieri più vicina. Il carabiniere di servizio è cortese, sembra deciso ad aiutarmi, anche perché affermo perentorio che non mi muoverò da quel torrente finché il setter non sarà tratto in salvo. Il carabiniere promette che mi richiamerà appena avrà la soluzione e mi saluta.

Dopo una manciata di minuti ricevo la telefonata di una persona addetta al recupero dei cani randagi (un accalappiacani?), mi conferma di essere stato avvertito dai carabinieri e di essere pronto a partire per raggiungere la località del ritrovamento del setter. Tuttavia, vivendo a Palmanova (cittadina a 20 km da Udine), correttamente mi avverte che sarebbe meglio incontrarsi in qualche posto conosciuto, magari un bar nelle vicinanze del torrente. Ciò gli eviterebbe di girare a vuoto per le campagne della periferia di Udine. Ovviamente concordo, tuttavia, mentre gli fornisco le coordinate del luogo dell’incontro, mi chiedo come mai a Udine anche di domenica pomeriggio non vi sia un addetto al recupero degli animali randagi.

Andiamo avanti. Dopo circa mezzora c’incontriamo al posto convenuto, salgo sul furgone della guardia cinofila e partiamo per il recupero. Durante il breve tragitto racconto i fatti, compreso ciò che ho creduto fosse capitato al setter maschio. La guardia è sostanzialmente d’accordo. Ha soltanto un dubbio sui tempi di permanenza nel torrente del cane sopravissuto. Nella nostra zona la caccia con i cani è permessa soltanto di domenica e di mercoledì. Pertanto i due cani si sarebbero perduti il mercoledì mattina.

Probabilmente l’annegamento del maschio è avvenuto lo stesso giorno, nel pomeriggio o durante la serata, quando quelle campagne sono pressoché deserte.

Che tristezza. La cagna avrebbe trascorso quasi cinque giorni senza mangiare, senza muoversi, piangendo il suo compagno.

Arriviamo sul punto del ritrovamento. La guardia scorge il cane, guarda il ripido pendio e se ne esce con un “ Ma è impossibile scendere da qui! Dovremmo recuperarla in un altro modo”. Lo osservo. E’ una guardia vestita a festa, con i mocassini ai piedi ed il vestito buono della domenica. Mentre prendo un guinzaglio dal suo furgone e mi accingo a raggiungere il cane, penso a come potrebbe agire quest’uomo in casi di vera emergenza.

Raggiungo la bestiola, le porgo altri biscotti e la guardo mangiare. Sento la guardia che dall’alto dell’argine grida “ottimo, ora infilale il guinzaglio!”. Ma vaffanculo và. Attendo che il setter inghiotta anche l’ultimo biscotto e quindi le infilo il collare attraverso la piccola testa.

Non sembra capire. Mi guarda con occhi interrogativi.

Tiro il guinzaglio e fa resistenza. Mi fermo; la incoraggio con parole dolci. Ma non si vuole alzare. Allora con una gran pena, la tiro verso di me. E’ costretta a muoversi. La sua coda è tra le gambe posteriori, schiacciata contro il suo ventre. Ha paura.

Si fa letteralmente trascinare per l’erta salita fino al gradone finale, dove l’inutile accalappiacani la solleva e la costringe a salire sul furgone.

La bestiola vede una gabbia e quasi in modo automatico ci si rifugia dentro. Il suo sguardo non è più appannato. Forse la gabbia le ricorda i tanti viaggi con il suo padrone e con suo fratello.

Ce ne andiamo.

Ecco questa storia è finita così.

Non bene, ma avrebbe potuto finire peggio.

Poco prima della partenza per l’Ucraina ho ricevuto una telefonata: era il padrone dei cani, che desiderava ringraziarmi per aver contribuito al recupero della bestiola, nel contempo mi chiedeva le coordinate del luogo del ritrovamento, in quanto sembra che la guardia cinofila l’avesse obbligato a recuperare la carcassa del secondo cane.

Gli ho risposto di non avere il tempo per ulteriori spiegazioni poi, con un giro di parole l’ho mandato affanculo, pregandolo di dimenticare alla svelta il numero del mio cellulare.

Nel caso si fossero persi i miei adorati lupi, li avrei cercati notte e giorno. Non li avrei mai abbandonati come invece ha fatto quel coglione.

E se quel cacciatore del *azzo si fosse presentato direttamente a casa mia, probabilmente avrei agito in maniera diversa. Per fortuna (sua e mia) ha preferito telefonarmi.

Odio la caccia.

Nota: il setter della foto non è la cagnetta della storia, ma le assomiglia molto.

Thursday, August 30, 2007

Rientro


Sono balzato dal lavoro alle ferie e nuovamente al superlavoro senza una reale soluzione di continuità.

Giuro che durante il periodo di vacanza trascorso tra le montagne dell’Ost-Tirol, non ho trovato uno straccio di connessione per aggiornare questo modesto blog.

Ma ormai le ferie sono un capitolo chiuso (oddio che tristezza!). Pertanto, anche se gli impegni sono pressoché raddoppiati, di certo non mancherò di affidare ancora una volta i miei pensieri e le mie riflessioni a questo foglio virtuale, blu come il colore attribuito alla serenità che ogni giorno mi auguro di raggiungere.

La foto, scattata nei pressi del rifugio Defregger Haus nel gruppo del Großvenediger, ritrae i miei vivacissimi lupacchiotti ed una paziente amica.

Sunday, July 15, 2007

In viaggio. La cucina tradizionale

Ho una conoscenza abbastanza superficiale di ciò che universalmente dovrebbe rappresentare una corretta alimentazione. Ammetto che il mio rapporto con il cibo è sicuramente ambiguo e confuso. Credo di conoscerne le ragioni, ma non è questo il post adatto per ricordarle. Aggiungerò solamente che per me non vi sono sostanziali differenze tra vivande diverse: ogni piatto, dal più semplice al più raffinato, è uguale all’altro. E’ cibo.

Ottimo per sopravvivere e per intrattenere relazioni sociali.

Fin qui sembra abbastanza chiaro. E sicuramente qualcuno dei lettori avrà già reputato un abominio disprezzare uno dei piaceri della vita.

Tuttavia, io sono un cultore di molti altri piaceri. E tra questi –attenzione- rientra il cibo come espressione della tradizione popolare.

Sono affascinato dalle pietanze che hanno una storia antica, create dai contadini e dalla povera gente con pochi ingredienti e tanta fantasia. Questi piatti, per anni dimenticati e rimpiazzati da vivande ben più moderne e raffinate, hanno ora il loro momento di gloria e ognuno li può gustare ed apprezzare grazie ai numerosi punti di ristoro caratteristici (agriturismo e trattorie locali) che li stanno riscoprendo. I piatti tradizionali molto conosciuti del Friuli sono il Frico con le patate, il salame con l’aceto, la Brovada e muset, il risotto o i gnocchi di polenta con lo sclopìt. Ma si possono degustare delle pietanze ignorate anche da buona parte degli abitanti di questa piccola regione di frontiera. Cibi che hanno subito la contaminazione di culture e tradizioni diverse. La Briza, per esempio, una minestra di zucca, patate e latte acido, o la Mlekana, la minestra di latte, o ancora la zuppa di maiale e rape. Tutti piatti tipici delle Valli del fiume Natisone, dove il friulano si fonde con lo sloveno creando una lingua nuova, aspra e difficile da imparare.

Troviamo pietanze non molto diverse ed altrettanto gustose e sostanziose nella cucina della tradizione carnica. Chi frequenta assiduamente le montagne friulane, avrà gustato almeno una volta i Cjarsons (dolci, salati, o …amabili ) e il File e Daspe .

Ma se ci avviciniamo a Trieste, dove le caratteristiche “Frasche” friulane, eredità della tradizione austro-ungarica, lasciano il posto alle “Osmizze”. Possiamo degustare la Jota, la minestra di cavolo cappuccio e fagioli. Zuppa tradizionale di confine, che ritroviamo anche in Slovenia dove, come in tutti i Paesi dell’ex Jugoslavia, è intensa la coltivazione del “Kupus”, ovvero il cavolo cappuccio bianco, utilizzato nella cucina locale dopo un lungo periodo d’immersione in salamoia.
Amo questa zuppa. Dopo aver compiuto l’ascensione del Monte Margart in Slovenia, passo sempre la notte al rifugio omonimo, dove il primo e di solito unico piatto che ordino è la Jota nella sua versione “alpina”.

In Bosnia, in Serbia ed in Croazia, molti degli amici che apprezzano la mia curiosità per la cucina tradizionale, m’invitano spesso a mangiare i loro piatti e dolci tipici. La cucina bosniaca di tradizione musulmana mi attrae perché non fa uso di molti grassi. Generalmente i dolci non mi entusiasmano, anche se tra quelli musulmani gradisco certamente la Baklava (dessert di pasta sfoglia ripieno di miele, noci e a volte fichi tritati). Inoltre sono affascinato dalla varietà e dai colori di questi dessert. E chi vive nel sud dell’Italia sa di che parlo, in quanto nelle città del meridione si possono gustare dei dolci assai simili a quelli che vengono offerti nelle pasticcerie di Sarajevo.

In Serbia la tradizione culinaria è erede della cultura turca, slava e greca.
Non sarà difficile gustare la grigliata di carne mista, o magari la Pleskavica (enorme hamburger di carne di vitello), accompagnandola con peperoni (Paprika) e deliziosi panetti di farina di mais (“Proja” ). Un piatto di carne assai gustoso e ricco è il "vitello sottocoppa", ma spesse volte io preferisco cenare solamente con una zuppa o con la Sarma, una pietanza poverissima, semplice ma buona.

Ma se ho la possibilità di fare la prima colazione (per me il pasto più importante della giornata) nelle minuscole, tipiche caffetterie di Valjevo, gli gnocchi (Knedle?) ripieni di Kajmak (burro e crema di latte) mangiati insieme allo Joghurt, sono i miei preferiti. Li ho immortalati nella foto qui sotto


Per concludere, tra i cibi salati della tradizione serba e bosniaca, ho il dovere di menzionare il Burek, un rotolo di pasta sfoglia ripieno di carne di vitello (o altra carne a piacere), spezie verdure e cipolla (molta cipolla…). O la Pita che ha una preparazione analoga, ma il ripieno può essere dolce (con la frutta), oppure salato (con la trippa, o con il formaggio di pecora).

Durante l’ultimo viaggio nei Balcani, un collega mi ha invitato a colazione presso la sua famiglia a Vladičin Han (cittadina nel sud della Serbia).
Nella foto che introduce il post, ho ritratto la simpatica nonnina nell’atto di servire la Pita ripiena al formaggio appena uscita dal forno.
Una squisitezza.
Questo piatto è stato accompagnato da un ottimo yogurt e da una generosa dose di Rakia - nell'immagine appare anche il genero della cuoca, nell'atto di stappare una bottiglia di "šljivovica distillata in casa" che, con grande disappunto dei presenti, non ho voluto onorare- .
La foto è stata pubblicata con il permesso di Stevan, mio collega ed amico, che ringrazio. In confidenza, Stevan, che visita di tanto in tanto questo blog, non comprende una virgola della nostra lingua, pertanto lo ringrazio così: Stevane!
Hvala lepa!

To be continued...

Saturday, June 02, 2007

Non bevo più….davvero.





Ho deciso di non bere più alcolici. Sono giunto a questo stupefacente proposito il 20 maggio scorso.
Forse è
stata una decisione avventata.

Qualcuno obietterà che questa è una scelta che riguarda la sfera privata, che non meritava certamente di apparire in un post e soprattutto che è di scarso interesse per chi mi conosce solamente attraverso questo blog.

Ok, se avessi inteso solamente manifestare la mia rinuncia all’alcool, non avrei aspettato tanto. Il giorno stesso o il giorno dopo il “gran rifiuto”, avrei scritto:

“Caro Diario, ho deciso di non bere alcolici per questo, quello e quell’altro motivo…”

Perché ne scrivo ora?

Perché mi sto accorgendo che questa scelta avrebbe dovuto essere meglio ponderata, per evitare alcune complicazioni nel rapporto con gli amici, i colleghi, i semplici conoscenti.

Per l’ennesima volta affermerò che non mi sono convinto ad eliminare l’alcool dalla mia dieta per questioni di salute o di calorie in eccesso.
Cercherò di spiegarmi meglio, riportando una conversazione avvenuta due giorni dopo la grande sciocchezza, quando mi sono recato in una frasca delle Valli del Natisone per incontrare uno dei miei amici.

Ho ricostruito il dialogo fedelmente (ho un’ottima memoria).


LUI-Ah Ciao, infìn tu sês rivât.
Čhol une čhadree
e
ven a bevi un taj
Mister,
puartâ donğhe un quartin di neri. Cabernet!

IO - No, veramente non berrei pe..

Lui-Ah. Mister, un taj di blanc e un taj di cabernet

IO-No proprio non bevo vino. Ho deciso domenica sera di non bere più.

LUI-Ma sei stato male? Sei in cura? (spesso, in circostanze "critiche", passare alla lingua italiana rende la situazione più drammatica).

IO-Ma no che .azzo. Se volessi veramente conservare la mia salute dovrei smettere di fumare, o magari dedicarmi solo ai toscani che almeno quelli non li aspiro.
Il fatto è che domenica sera sono andato a mangiare in un Agriturismo di Spessa (di Cividale) con l’amico con quale “'lin a
rimpinâsi su pes montagnis”…lo conosci, Rico. Avremmo bevuto sì e no una bottiglia in due. Eravamo in auto, ed a Premariacco ci hanno fermato i carabinieri…

LUI .- O zio boj..

IO- Aspetta! Ci hanno fermato i carabinieri –guidava Rico- gli hanno chiesto i documenti dell’auto e se aveva bevuto.

LUI .- O zio boj..

IO- Aspetta! Secondo me, avrebbe potuto dichiarare di non aver bevuto, perché era a posto. Perfetto.
Beh, tu sai, quando si beve qualche bicchiere di troppo si esce dal locale un po’ allegri. Sempre pronti alla guida, ma un po’ brillini, no? E’ capitato qualche volta anche a noi, che dici?

LUI- Eeeh, ma ben plui di une volte…

IO- OK. Insomma avevamo bevuto poco. Per me lui era “sincero”. A posto. E cosa mi combina?

LUI- Dice che aveva bevuto! (nuovo ricorso all’italiano che denota l’illogicità e la tragicità della situazione)

IO- Afferma di non aver bevuto che un paio di bicchieri a cena.

LUI- Cojon!

IO- Aspetta! Allora i cabibi gli chiedono se aveva qualche obiezione a sottoporsi alla prova dell’ etilometro. – ipocriti! Come se ci fosse stata qualche altra via d’uscita-. Rico ha risposto che non si sarebbe opposto. E così è successo.

LUI- Eh, che è successo?

IO- Due prove, due esiti positivi. 1,0 e 0,8 grammi/l di alcool nel sangue. Ritiro della patente e multa, credo sui 300 euro. Non so per quanto avrà la patente sospesa (forse 15 giorni); non so se gli decurteranno dei punti.

LUI- E poi come avete fatto per rientrare?

IO- Qui sta il bello. Ho detto che non avevo bevuto. E ho sostenuto d’essere astemio. Mi hanno creduto. Mi sono messo alla guida della macchina, e siamo partiti..

LUI- Cazzo, hai rischiato!!!

IO- E quando mai io evito il rischio? Comunque era tutto calcolato. Tu sai bene che ho sempre ammirato Rico perché è più bravo di me ad arrampicare. Ma ti sei mai chiesto il perché’?

LUI- BOH?!?

IO-Io sono alto 1 metro ed ottantacinque e peso quasi ottanta chili. Rico è alto nemmeno 1 metro e settanta e pesa 20 chili in meno. E’ agile come un gatto sul sesto grado, ma se beve un paio di bicchieri in più, si blocca. Invece io sono più lento sulla roccia, ma bere 3 o 4 bicchieri di vino non mi rende meno lucido.
D’altra parte, ormai ho deciso di non bere più, così non avrò problemi di sorta con le forze dell’ordine.

LUI- Mah! A parte che questo discorso del peso e dell’altezza mi convince poco. Hai deciso di non bere più? Ma non hai appena detto che tu non eviti mai il rischio?

IO- L’ho detto? Sicuro? No, ti sbagli.

LUI- Mah. Lassìn stâ là.
Insumis, tu a finît di bevi.
Dome aghe. Brâv, o soi propit cuntent.
Con tutti quei poliziotti per le strade, si dovrebbe smettere tutti di bere alcol, è sempre un pericolo.

IO- E’ proprio vero.

LUI- Bon o bevin ančhemò alc. Un SPRIZ??

Non bevo più….davvero. In Bosnia

Mercoledì scorso 24 maggio, di buon mattino, parto per recarmi in Bosnia. A mezzogiorno esatto sono a Sarajevo, a casa di un amico serbo, dove incontro alcuni colleghi bosniaci. A mezzogiorno e un minuto, un minuto e trenta, mi ritrovo davanti ad una bottiglia intatta di Viljamovka, non artigianale ma di gran pregio. Quattro musulmani mi fissano attendendo che io stappi, Dragan, il serbo, mi sta alle spalle per ricevere la bottiglia e versarne il contenuto nei bicchierini.

La grappa alla pera (kruška) da secoli è la mia preferita. Guardo la bottiglia (quella della foto) e mi sento smarrito, soprattutto, quando pronuncio la fatidica frase: "non bevo alcolici".

Il gelo cade nella stanza. Dalla cucina non odo più i rumori delle stoviglie. Dragan, che mi conosce da tempo, crede che stia prendendo in giro tutti, e mi chiede in italiano se l’enormità che ho appena dichiarato corrisponda al vero. Io confermo. Durante il pranzo, mi accorgerò che l’atteggiamento dei presenti nei miei confronti è sensibilmente cambiato. Prima ero uno di loro. Ora mi tengono un po’ a distanza.
Avrei dovuto agire diversamente.

In fondo, bere Slijvovic o altro, ingollando quarti di caffè alla turca mentre si fuma come ciminiere, è un comportamento comunissimo in tutta l’Europa dell’Est: il vero amico, o l’ospite perfetto, la prima cosa che fa appena si entra nella sua casa è mettere l’acqua a bollire per il caffè, e presentarti la sua migliore bottiglia di rakja.

La sera, prima di addormentarmi, penso ad una scappatoia che mi consenta di proseguire l' astinenza alcolica, senza incrinare i rapporti con gli amici del luogo.

Ho un’idea.

Non è corretto, ma il fine giustifica i mezzi.

Poi i ricordi mi riportano a quei giorni in cui a Vareš aiutavo un amico e suo fratello nella raccolta e nella distillazione delle susine. Lui per ringraziarmi non mi faceva ripartire senza che accettassi un bottiglione o due di Slijvovic che io prontamente spartivo con gli amici.
Mi sorprendo di tornare con i ricordi a tempi più remoti. In quei giorni di freddo (anche -30°), quando il sole nella regione di Sarajevo restava nascosto per settimane. Ed allora in mezzo alle faggete, una zuppa, o un pezzo di burek ed una bottiglietta di Slijvovic, erano sufficienti per scaldarci.

Sabato 26 maggio Asim, un amico musulmano, mi telefona invitandomi per l’indomani nel suo capanno per la caccia in mezzo ai boschi di Kruševica, ad una ventina di chilometri da Tuzla, dove stava approntando una “piccola” festa per le prossime nozze del fratello minore.

Esaurito il mio compito a Sarajevo, decido di partire nel pomeriggio per Tuzla. La sera sono all’Albergo Senad, in un bungalow con la vista sul lago.

L’indomani mattina, con comodo parto ed in un’oretta arrivo a destinazione (15 chilometri circa dal capanno, ma smarrisco la strada per 2 volte).

Mentre tre agnelli si crogiolano sul fuoco, la madre di Asim e Ninić (il fratello minore) ci offre come antipasto enormi porzioni di Burek con carne e cipolle, passando poi da ognuno per sgretolare sopra il piatto il formaggio di capra (usando esclusivamente le mani). A questo punto, da una cassetta di plastica, Asim estrae una bottiglia di Slijvovic o di Viljamovka. Ne versa il contenuto in una caraffa e da questa nei bicchieri. Quando sta per porgermi il bicchierino (intanto avevo riconosciuto l’ottimo profumo di pere), con decisione, ma mostrandomi affranto, rifiuto.

Per un attimo tutti ammutoliscono. Colgo la palla al balzo ed insisto: “Vorrei tanto, ma non posso” altro sguardo di circostanza.

Dopo qualche secondo un amico di Asim sbotta fuori con un “Bolestan na jetri!”. Lo vedo arrossire per ciò che ha appena detto. Tutti lo guardano. Poi guardano me.
Ed io ho quell’espressione internazionale
tipica del “Aho! Ecchec .azzo te devo dì: è così…”
La giornata prosegue senza nuovi problemi, e ci divertiamo un sacco.

Martedì 29 maggio sono a Zagabria, con il mio amico Đan. Con lui non ho problemi di sorta. La sera, in un bel pub del centro storico, sorseggiando una bibita energetica, gli confido che ho deciso di non bere più alcolici, che la mia decisione potrebbe cambiare tra un anno o due, e che comunque continuerò a fare il Nocino (ben 52°) ed altri liquori ai frutti di bosco.

Đan vuole sapere quanto sia stato difficile rifiutare i bicchierini di Rakja dai nostri amici bosniaci. Gli rispondo che adesso molti di loro sono convinti che io abbia il fegato spappolato a causa dell'abuso d'alcool, e nessuno osa più offrirmi nulla.

Ridiamo.

Mercoledi 30 maggio riparto. Prima di arrivare al confine con la Slovenia faccio un salto a Samobor (antica e bella cittadina croata a 10Km da Zagabria). Incontro e saluto un amico italiano che ormai vive in quella città da molto tempo. Con lui ci sono dei milanesi che stanno per tornare in Italia. Decidiamo di percorrere un pezzo di strada insieme.

Verso le 13 siamo in Italia, i milanesi vorrebbero mangiare qualcosa di leggero, allora ci fermiamo a Gradisca in un posto caratteristico, poco lontano dall' autostrada. Si ordinano salumi, formaggi e ovviamente vino.
Devo nuovamente convincere i commensali che la decisione di non bere alcolici non è appellabile.

I milanesi non sono soddisfatti: per una buona mezzora mi rifilano frasi del tipo: « Ma come? Il Friuli è un solo unico filare di uva e tu non bevi il vino?» Alla fine si arrendono e terminiamo il pasto.
Dopo il caffè, uno dei milanesi mi guarda con l'occhio torvo ed esclama:
«Ma una grappa la bevi, no?».

Nun ce'a faccio cchiù.

Nella foto, la periferia nordest di Sarajevo dove, con l'aiuto della comunità internazionale, stanno sorgendo nuovi quartieri.
Note: durante il Ramadan, la gran parte dei musulmani bosniaci non beve alcolici (almeno di giorno).
Vi sono alcuni paesi ( Drinčiči, Piljužići, altri) dove non troverete locali pubblici che offrono bevande alcoliche (ma in molte case private la rakia
non manca).