Sunday, March 18, 2007

La vergogna del Regime


Il governo barzelletta dell'Unione s’imbarazza se il suo portavoce si fa ritrarre con dei trans: cerca di negare fino all’ultimo il coinvolgimento del caro Silvio Emilio e quando comprende che alcune testate giornalistiche sono in possesso delle foto ”incriminate”, (non da oggi, ma dal novembre scorso), ne impedisce la pubblicazione, pena la galera.
Ma il governicchio prodi non avrebbe altri motivi di cui vergognarsi? Chessò, magari della sua deprecabile politica estera.
A questo proposito, non sarebbe stato meglio sorridere sbirciando le foto di un esponente del governo che va a braccetto con dei trans (rispettabilissimi), invece che farsi cadere le braccia e altro guardando le foto dell’inetto D’Alema a braccetto con Hezbollah (terroristi)?
Inoltre, questo governo psichedelico non ha una punta d’imbarazzo nel proporre l’acquisto dell’oppio afgano?
Di più, non si sente proprio una cacchetta a prospettare una Conferenza di Pace insieme con gli sgozzatori talebani, quelli che nel 1996 furono sistemati al comando dell’Afghanistan da Bin Laden in cambio di una protezione duratura?

Infine, questo governo con aspirazioni da Regime comunista, non si sente una vera m., quando permette ai suoi sgherri, giornalisti fasulli, di infangare il nome dei suoi oppositori, promuovendo il linciaggio mediatico di chi ritiene più pericoloso (Guzzanti, Scaramella, ecc)?
Nonostante ciò, pare che questo stesso governo sia ben lesto a censurare ogni presunto attacco alla sua integrità.

No, questo governo non ha vergogna: ritiene di avere la ragione dalla sua parte.
Siamo franchi: il governo dell’Unione è il più pericoloso regime politico dai tempi del Ventennio fascista.

Di seguito, l’articolo del Sen. Guzzanti pubblicato su Il Giornale di oggi.

Aria di regime che inizia a fare paura

di Paolo Guzzanti

La notizia cattiva è che si respira aria di regime tanto prepotente e arrogante quanto stupido. La notizia buona è che quest’aria la avvertono tutti e tutti cominciano a preoccuparsene. La libertà è un rampicante tenace e ha per fortuna fitte radici ovunque. Gli interventi in difesa delle scelte di Maurizio Belpietro e del Giornale si moltiplicano e tutti capiscono che ci sono dei principi generali che il governo neozarista di Romano Prodi non può calpestare senza provocare reazioni energiche. Il primo punto è che non si possono usare due pesi e due misure: uno quando si tratta della gente comune, magari nani e ballerine, e uno quando si tratta di figure pubbliche, non soltanto genericamente politiche, e che rappresentano il governo.
In qualsiasi democrazia un governo o un rappresentante del governo sottoposto a ricatto, o anche ad ipotesi di ricatto, fa notizia da prima pagina e nessuno può azzardarsi a censurarla perché è amico del governo o perché ha ricevuto una telefonata dal governo. In qualsiasi democrazia occidentale – manteniamo fuori da questa definizione la democrazia iraniana cui Prodi guarda con simpatia – non conta nulla la questione sessuale, ma conta l’uso della menzogna. Bill Clinton ha passato un guaio in America (diversamente da quel che pensano molti italiani) non perché una stagista si inginocchiava davanti ai suoi pantaloni, ma perché a domanda aveva risposto con una menzogna proverbiale, «Non la conosco neppure», che vale tanto quanto il «Non ci sono fotografie» del caso Sircana. Le fotografie ci sono e non sono state pubblicate su queste pagine per scelta deontologica - e questo è bene - mentre negare che ci siano è male perché è una bugia.
Le foto, come più volte spiegato, non dicono assolutamente nulla di terribile su Sircana, ma provano invece l’esistenza di un ricatto in corso nei confronti non del macellaio sotto casa, non della soubrette del sabato sera e neppure dell’onorevole della provincia lontana, ma dell’uomo che rappresenta il Governo della Repubblica. Ed è il Governo della Repubblica che con tutto il suo circo di nani e ballerine del giornalismo ai suoi ordini ha reagito come può reagire il governo di Kim Il Sung o di un satrapo sudamericano o asiatico.
E adesso due parole su quell’allegra compagnia che è l’Ordine dei Giornalisti. Nei Paesi che hanno creato e che tuttora insegnano (con qualche magagna, ma nessuno è perfetto) che cosa sia l’etica nell’ambiguo mestiere del giornalismo, l’Ordine italiano dei Giornalisti con la sua pompa magna, le tessere e gli apparati, non esiste: uno è giornalista se fa il giornalista. E lo licenzia il suo direttore o lo incrimina il magistrato se commette un reato. Punto, e fine della storia. Così nei Paesi di alta civiltà, anglosassoni e non anglosassoni fra cui non si è mai trovata l’Italia. In Italia invece l’Ordine dei Giornalisti si comporta come un ordine ecclesiastico: esprime reprimende, scomuniche, persino sospensioni a divinis. E se non usasse due, ma anche tre, quattro pesi e altrettante misure, poco male sarebbe. Il fatto è che l’Ordine e gli Ordini interregionali esprimono inclinazioni politiche e non regole di garanzia uguali per tutti.
Essendo io un esempio vivente di quel che dico, so quel che dico. Quando a partire dallo scorso mese di dicembre, in aperta violazione della legge, alcuni giornali e giornalisti (sempre gli stessi) pubblicarono stralci manipolati e abusivi di intercettazioni abusive sul telefono di un parlamentare, essi giornalisti commettevano sia un reato penale che una violazione del codice deontologico. L’Ordine, anzi gli Ordini, non hanno emesso un fiato, altro che avviso disciplinare come quello inviato a Maurizio Belpietro. Ancora: dal giorno 26 novembre 2006 il quotidiano La Repubblica ha pubblicato una serie di interviste (a Limarev, Gordievsky, Bukovsky) che io stesso ho provato essere tutte delle manipolazioni e dei falsi raccogliendo le dichiarazioni degli intervistati che si sono espressi in questo modo davanti al microfono o per iscritto, cosa che ho reso pubblica. Quelle interviste false e fabbricate hanno provocato reazioni politiche calcolate e mostruose, hanno devastato e tuttora devastano la mia immagine, mi hanno trascinato in un tritacarne che ancora gira e macina, mentre il quotidiano in questione si è ben guardato dal far sapere ai propri lettori quel che i suoi pretesi intervistati hanno detto «on the record» o scritto con documenti certificati della manipolazione subita. L’Ordine, questa suprema autorità etica, non ha fiatato, non ha convocato, non ha censurato. Quelle intercettazioni usate in maniera contraria alla legge e quelle interviste false che sono state e tuttora vengono usate per distruggere, attraverso il loro uso anche parlamentare, l’immagine di un eletto del popolo e il lavoro del Parlamento stesso, facevano e fanno comodo a una sola parte politica: quella del Governo che vuole impedire l’uso della drammatica intervista in cui Alexander Litvinenko, poi assassinato come la sua fonte il generale Trofimov, racconta con grande dovizia di particolari quel che seppe su Romano Prodi.
Di qui la constatazione banale: l’etica nel cui nome il regime nascente agisce, non ha nulla di etico. L’etica è quella cosa, come ricordava Immanuel Kant, che è indipendente dalle singole persone e dalle singole situazioni: «Fa che la tua norma possa essere accolta da tutti come norma universale», cioè l’esatto contrario di: «Fa quello che più ti fa comodo invocando le regole, e quando gli altri ti danno fastidio cerca di distruggerli piegando le stesse regole cui tu affermi di attenerti». Quel che poi ha fatto e scritto il «Garante della privacy» (altra figura ridicola di per sé, politicamente corretta come tutta la paccottiglia di banalità e stupidità che soffoca ormai l’Europa) è semplicemente grottesco. Chiamato dal Governo, come un impiegato ossequioso si comporta come i personaggi spagnoleschi della Milano manzoniana, fra il Conte Zio e l’Avvocato Azzeccagarbugli. Il «latinorum» è stato sostituito con il «politicamente corretto» a geometria variabile: luoghi comuni, ma flessibili.
Questo governo è dunque ora che faccia i bagagli e vada a casa perché sta anche appestando il clima democratico, sta eccitando i peggiori bassi istinti e i peggiori bassi servitori. In questa farsa tendente all’incubo si aggredisce il giornalista che rappresenta l’opposizione e si chiudono tutti e due gli occhi di fronte alle menzogne, le turpitudini e le fabbricazioni di chi usurpa il nome di giornalista, anche se certamente avrà la essera in regola con tutti i bolli.
Così è nato il tentato linciaggio nei confronti di Maurizio Belpietro il quale ha agito come la sua professione e la sua coscienza imponevano: pubblicando le notizie e non pubblicando foto che non hanno nulla di «scandaloso», ma che sono la prova sia della esposizione che del tentativo di ricatto di un uomo che non è un privato cittadino, ma rappresenta, come portavoce, il Governo della Repubblica. Siamo contenti che lo sguaiato coro liberticida non sia più unanime e che esistano coscienze libere da vincoli di appartenenza. Questo rassicura sulla società e sul giornalismo, ma il governo ha dato di sé una pessima prova che rende doveroso il suo immediato licenziamento.
Paolo Guzzanti